ESCLUSIVA - Bruno Gentili: "Lazio - Reggina? Un ricordo indelebile, ma il ricordo più bello è con Maradona..."
Con la sua affascinante e inconfondibile voce raccontò quel famoso Lazio-Reggina di 26 anni fa dai microfoni di "Tutto il calcio minuto per minuto". Gli ultimi novanta minuti di un finale di campionato al cardiopalma culminato nella pioggia torrenziale di Perugia, che regalò il secondo scudetto biancoceleste. Un pomeriggio indimenticabile che ripercorriamo con Bruno Gentili, il protagonista di quella radiocronaca, che si concede volentieri alla nostra chiacchierata. Gentili, congedatosi da poco (è in pensione da un anno e mezzo), appartiene alla tribù dei cronisti di razza, svezzato da quella scuola meravigliosa che annoverava i vari Ciotti, Ameri, Provenzali e Bortoluzzi. Quando il calcio di Serie A si sognava e fantasticava in radio attraverso il racconto di fenomeni veri che con le loro voci, e con la loro classe, ti facevano entrare in campo.
Come nasce la passione per la radiocronaca?
"Sono figlio d'arte. Papà è stato giornalista al "Messaggero" per oltre quarant'anni e mi ha trasmesso l'amore per il football che io ho anche praticato a buoni livelli fino a raggiungere la serie D con la Romulea. La radiocronaca ce l'ho nel sangue, fin da bambino mi esercitavo con i soldatini col sottofondo di "Tutto il calcio minuto per minuto". Entrai in Rai verso la fine degli anni Settanta con Massimo De Luca, che ho seguito anche in tv fino al 2007, quando diventai vice-direttore di Rai Sport".
Quella più emozionante?
"Ce ne sono tante. Ricordo un Inter - Sampdoria a "San Siro" con i nerazzurri sotto di due reti al novantesimo. Nel recupero si scatenò Recoba e l'Inter ribaltò la sfida per 3 gol a 2".
E quel celebre Lazio-Reggina?
"Un altro momento indimenticabile. Un sole meraviglioso illuminava l'Olimpico, ricordo la gente laziale incollata alle radioline in attesa del risultato di Perugia dove il collega Riccardo Cucchi raccontava la sfida tra i padroni di casa e la Juventus. Al fischio finale del "Curi" i tifosi della Lazio impazzirono di gioia, molti si avvicinarono alla mia postazione ebbri di gioia. Un ricordo indelebile".
Il suo esordio in radio?
"Lazio - Cremonese, ottobre 1984. Finì due reti a uno per i biancocelesti con rete decisiva del grande Vincenzino D'Amico".
Ciotti, laziale doc, la considerava il suo allievo prediletto...
"Sandro, un mito. Era la sintassi, ti faceva entrare in campo con quella voce ruvida e graffiante che era il suo marchio di fabbrica. Il suo stile era quasi anglosassone, non urlava mai il gol per rispetto dell'ascoltatore. E' stato un principe del microfono al pari di Enrico Ameri, altro meraviglioso collega, che imprimeva alle radiocronache ritmi forsennati. Due fenomeni".
Un aneddoto relativo a Ciotti?
"Roma - Dundee United, stadio Olimpico, aprile 1984, semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni. Ero all'Olimpico in postazione-radio, ma quel giorno non lavoravo, ero un semplice spettatore. Sandro doveva raccontare la partita, ma i minuti passavano e non si vedeva. A un certo punto si materializzò, trafelato e nervoso, e iniziò a braccio, con la consueta maestria, a introdurre la sfida. Fino a quando mi girò, a sorpresa, la linea per l'annuncio delle formazioni. Non ero preparato, la Roma più o meno la conoscevo, gli avversari no. Presi il microfono con un certo imbarazzo e iniziai a snocciolare una serie di marche di whisky..."
Lei si è cimentato anche in tv: le differenze con la radio?
"La radio è più difficile, non puoi improvvisare, i ritmi sono più concitati. Un istante di silenzio, in radio, è come un sasso nello stagno, fa rumore. La televisione ti aiuta con le immagini, ti puoi concedere delle pause che in radio sono impensabili".
Il momento più bello della sua luminosa carriera?
"L'intervista esclusiva a Diego Armando Maradona prima che arrivasse al Napoli. Mi fecero una soffiata e andai in New Jersey, all'hotel Sheraton, dove era con la sua Nazionale. Diego, durante la nostra chiacchierata, mi annunciò ufficialmente il suo passaggio alla squadra partenopea".
Ha rimpianti?
"Il mio cruccio è quello di non essere rimasto in radio, la dimensione più congeniale alle mie caratteristiche".
Le piace il calcio di oggi?
"Non molto. Il campionato mi ha deluso. Ho più possibilità di seguirlo da quando sono in pensione e vedo molte partite. Mi manca, ma il football attuale non mi fa impazzire. E' venuta meno fatalmente la qualità, non si intravede nessuna novità sul piano tattico, non si prova mai la giocata a effetto, è una disciplina diventata stucchevole con tutti questi passaggi al portiere che tocca più palloni degli attaccanti. Sembra il rugby".
I consigli che si sente di dare a un giovane che sogna di diventare giornalista....
"Oggi imporsi è più difficile, la crisi dell'editoria è sotto gli occhi di tutti. Bisogna partire dal basso, il proliferare delle radio private può aiutare. Molti giovani si forgiano lì prima del grande salto".
Se non avesse fatto il giornalista?
"Non so. Forse il pilota di caccia d'aerei".
Libero Marino

