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Giorgio Chinaglia è tante cose: un bambino abbandonato; un emigrato che si deve difendere; un giocatore che ce l’ha fatta; un profeta del calcio negli Stati Uniti; un presidente impulsivo; una persona poco avveduta; un uomo solo". Diego Mariottini, giornalista e scrittore, fondatore, nel 2016, del Collettivo Banfield, rende omaggio così a re Giorgio cinquant'anni dopo la sua ultima partita in maglia biancoceleste. Lo fa regalandoci, con la sua prosa elegante e incisiva, l'ennesimo libro ("Giorgio Chinaglia. L'arte del gol e nel mettersi nei guai", Garrincha Edizioni), il cui titolo è il manifesto della vita dell'attaccante di origini toscane emigrato giovanissimo in Galles a cercare fortuna. Un'esistenza sulle montagne russe, tra alti e bassi e alterne fortune, tra gol e indici puntati, tra "vaffa" in mondovisione e corna di scherno al pubblico napoletano.

Era il 25 aprile 1976 quando in un Olimpico assolato, al cospetto del Torino di Radice futuro scudettato, si consumava il suo commiato dalla gente laziale dopo oltre un lustro di gol che - appena due anni prima - avevano propiziato il primo scudetto della storia biancoceleste. Una sfida strana, curiosamente risolta da due autoreti (Sala e Re Cecconi) e condita anche da una rete di Long John poi annullata per un dubbio fuorigioco. L'ultima istantanea del mito laziale con quella maglia con cui si era battuto come un leone, contro tutto e tutti, riscattando un popolo intero che ancora oggi, nonostante tutto, gli rende onore. L'ultimo giro di valzer prima di trasferirsi negli States - dalla moglie Connie - a svernare con i Cosmos di Pelè Beckenbauer. Giorgio sarebbe tornato alla Lazio nelle rinnovate vesti di presidente, ma questa è un'altra storia. Negli Stati Uniti morirà il 1 aprile del 2012, tradito dal suo cuore grande. E anche allora era domenica...

Come nasce l'idea del libro su Long John?

"Giorgio Chinaglia. L'arte del gol e di mettersi nei guai" parte da una necessità: quella del ricordo. Ma anche quella della chiarezza: Long John era un personaggio divisivo, e non per caso. In anni in cui la Lazio rischia un sostanziale anonimato è importante ricordare una delle figure più carismatiche della sua lunga storia. Una storia di gol, di gloria ma anche di marginalità ed esclusione. Quella che il protagonista conosce fin da bambino. La vita di Giorgio sembra animata da un'eterna necessità di riscatto: dal luogo d'origine, dalla povertà, dalla discriminazione in quanto emigrato. Ho voluto ricostruire un'intera vita non sul piano biografico ma per momenti segnanti, quelli che fanno la differenza. E non è il classico "santino", suonerebbe falso. Giorgio era uomo di temperamento e di norma chi ha carattere ha un brutto carattere. Almeno per ciò che si vede all'esterno. Il mio libro vuol essere un atto di giustizia, senza sconti per il protagonista". 

 Come nasce la sua lazialità? Immagino che le reti di Chinaglia abbiano contribuito molto...

"Se sei stato un bambino negli anni '70, Chinaglia è una montagna che devi scalare. Anche se non tifi Lazio, figuriamoci se la tifi. Nel mio caso, anche se in maniera non proprio logica, essere della Lazio si legava a un'idea di giustizia. Ma ripensata con la testa di un adulto, forse l'appartenenza va letta anche su un altro piano: il concetto che le cose della vita possono cambiare. Ci vogliono fede, impegno e figure giuste. Giorgio era quella figura. E se, per certi aspetti, può anche essere stato un male è stato almeno il male necessario. Una sorta di Mosè che prende un popolo e lo porta nella terra promessa. Difficile stabilire se poi Giorgio in quella terra ci sia rimasto o no. Ma ci ha fatto capire che si poteva, anche a costo di mettersi contro tutto l'apparato del calcio. Che infatti giurò vendetta alla Lazio: si era permessa di modificare le gerarchie della Serie A senza chiedere permesso. Con un gran gioco e con i gol del suo bomber. Imperdonabile".

Aprile, mese particolare, ricorrenze e addii: 50 anni fa Chinaglia, contro il Toro, disputava la sua ultima gara in biancoceleste... 

"Se ne parlava da tempo, sembrava una remota possibilità. Poi la bomba esplose: per Chinaglia la vita a Roma era diventata impossibile e i Cosmos New York erano disposti a coprirlo di soldi per averlo. Per una somma di motivi accettò. Lo spacciarono per un tradimento e non lo era. Però la cosa fu gestita male: di comunicazione Giorgio non capiva nulla e non si fidava di nessuno. Le sue decisioni d'impulso erano le peggiori possibili. Gli è rimasto addosso anche il marchio di fuggiasco: nel mio libro tento di fare un'analisi di quei giorni. Ovvio che è tardi ma meglio tardi che mai".

Il primo aprile di 14 anni fa Giorgio uscì di scena per sempre, tutti pensammo a uno scherzo, vista la data: lei come apprese la notizia della sua scomparsa?

"Era domenica e in effetti sembrava la solita battuta da pesce d'aprile. In fondo, uno come Alberto Sordi lo hanno fatto morire decine di volte. Poi quella domenica pomeriggio la notizia cominciò a rimbalzare e a quel punto si capì che era vera. Con i social anche la morte arriva prima e fu tramite la rete che la notizia mi arrivò".

Lei lo ha conosciuto? Che tipo era Giorgio?

"Mai conosciuto di persona. Per scrivere "Giorgio Chinaglia. L'arte del gol e di mettersi nei guai" mi sono basato su alcune testimonianze dirette e sui ricordi di chi ha intrecciato la propria vita con la sua. E' emerso un quadro molto chiaro. Personalità vigorosa, più dura che forte, soggetto molto reattivo, portato a dividere il mondo fra chi era con lui e chi contro. Egocentrico, accentratore, generoso a modo suo. Sentimentale ma in modo ambiguo: come tutti quelli che non capiscono la differenza fra rimorso e rimpianto. Fondamentalmente buono. Impulsivo, capace di mettersi nei guai con le sue stesse mani".

Diego Mariottini (@diego_mariottini)  Instagram photos and videos

Quanto manca un Chinaglia alla Lazio attuale? 

"Giorgio è stato il leader del cosiddetto "passaggio di stato". Lui ha dimostrato che si poteva diventare grandi e lo ha fatto con l'esempio. Non credo che oggi serva uno come lui: ci vorrebbe il leader "del tempo della maturità". Uno come lo è stato Roberto Mancini. Magari un po' più settato sul piano dei sentimenti. Oppure uno della forza morale di Klose. Ma mai dimenticare Giorgio: sarebbe un errore imperdonabile. Un'assenza che cadrebbe sulle spalle delle giovani generazioni".

Le piace il football di oggi? 

"Quando è ben giocato sì e in Italia raramente lo è. C'è un problema di livello generale e di visione delle cose. Penso che i talenti esistano, non esiste chi sa valorizzarli. Servirebbe più che altro un equilibrio. La tattica è importante ma non può reprimere le capacità dei singoli. IL calcio è anche imprevedibilità e oggi siamo pieni di "prodottini in serie". Sanno fare la diagonale ma non sanno stoppare un pallone. Hanno reattività fra i pali ma non sanno andare in uscita. La sensazione è che non gliel'abbiano insegnato e che, in ogni caso, non glielo chiedano mai".

E la Lazio di Lotito? 

"Il presidente ha appiattito la società su sé stesso e su una serie di proclami. Questa gestione garantisce sopravvivenza ma non necessariamente futuro. E, ormai da tutto il decennio, nemmeno i titoli che era riuscita a ottenere. La protesta sugli spalti non nasce dal nulla, riflette un senso di irrilevanza generale che il tifoso non tollera più".

Che giornalismo è diventato quello odierno? 

"Non è giornalismo. Sono pubbliche relazioni. Nello specifico, non è un complimento. Se non si sa essere scomodi, meglio fare ufficio stampa".

Il commiato ufficiale di Chinaglia coincide - curiosamente - con il suo compleanno, tra pochi giorni spegnerà la candelina numero 60: i ricordi più belli della sua carriera di scrittore e giornalista? 

"Come giornalista potrei raccontare tante cose, mi limito a due. Non dimenticherò mai il giorno in cui ottenni il tesserino dell'Ordine, nel 1994. Ero ufficialmente qualcosa che non ero mai stato. Sul piano professionale, mi piace ripensare alla collaborazione con la Gazzetta dello Sport. In anni non sospetti, feci storytelling con un grande senso di libertà. A modo mio inaugurai un filone. Oggi quel filone l'ho portato nella letteratura sportiva. Dirigo da anni il Collettivo Banfield, formazione variabile di scrittori di sport. Parlare di sport è un modo per analizzare questo mondo e di immaginarne un altro. Possibilmente migliore ma senza retorica o buonismi dannosi".

 Ha altri progetti in cantiere? 

"Sì, ho appena finito di scrivere un romanzo, nulla a che vedere con lo sport. Anche il Collettivo Banfield è al lavoro. E in questo caso lo sport c'è".

Se non avesse fatto il giornalista?

"Avrei fatto il giornalaio. Sempre carta stampata è".

Di Libero Marino

 

 

 

 

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