ESCLUSIVA - Sergio Cragnotti: "Innamorato di Boksic, con Ronaldo avremmo vinto prima. Calcio moderno? Non mi piace perchè..."
E' nato lo stesso giorno della Lazio, che ha fatto grande, portandola con orgoglio nell'elite del calcio mondiale. A distanza di anni l'eco di quella straordinaria epopea ancora non si è spenta e i tifosi lo ricordano con immutato affetto. E non potrebbe essere diversamente, perchè Sergio Cragnotti è stato il presidente più vincente della storia della prima squadra della Capitale. L'uomo della Provvidenza e delle plusvalenze, dei colpi di mercato roboanti, dei blitz clamorosi (memorabile l'acquisto di Bobo Vieri) che fecero sognare e vincere, riscattando un intero popolo. Figlio del mondo della Finanza (la sua Lazio fu la prima società di calcio, nel 1998, a sbarcare a Piazza Affari), trasferì il suo spiccato spirito imprenditoriale nel mondo del calcio, trascinato dal fratello maggiore Giovanni, grande tifoso biancoceleste, che lo convinse ad acquistare il sodalizio all'alba degli anni Novanta. Cragnotti si presentò in grande stile portando a Roma "Gazza" Gascoigne, il primo dei colpi di una gestione dorata, culminata nel romanzesco scudetto del 2000. La Lazio, negli oltre due lustri della sua presidenza, guadagnò una visibilità inimmaginabile fino a qualche anno prima. Una parentesi sontuosa che ripercorriamo proprio con l'ex patron, che si concede a questa nostra intervista sospesa tra passato e presente. A dispetto delle sue ormai ottantasei primavere, l'ex patron mi risponde con invidiabile lucidità durante un capriccioso pomeriggio di febbraio.
Come nasce la sua lazialità?
"Merito soprattutto di mio fratello Giovanni. Era un grande tifoso della Lazio, gli piaceva tanto il calcio, fu anche un discreto calciatore, giocò fino al campionato di Eccellenza. Trepidava ogni domenica sugli spalti dell'Olimpico, ricordo che mi portò a vedere la famosa Lazio - Vicenza, quella del gol di Fiorini, in uno stadio gremito all'inverosimile".
Fu lui a convincerla a rilevare il club dai fratelli Calleri...
"Sì. All'epoca lavoravo in Brasile, mio fratello mi disse che c'era la possibilità di acquistare la Lazio. Lui era molto convinto, io un po' meno. Ci tuffammo insieme nella nuova avventura, poi lui si ammalò e uscì presto di scena, così fui io a prendere le redini della società. Giovanni fece giusto in tempo a nominare responsabile della Comunicazione biancoceleste il suo grande amico Pennacchia".
Il grande giornalista, cantore delle gesta biancocelesti.
"Sì. Mario vantava un curriculum di tutto rispetto, aveva lavorato al Corriere dello Sport e alla Gazzetta. Una grande firma, laziale fino al midollo, sempre sensibile alle vicende biancocelesti e prodigo di preziosi consigli. E' cresciuto nel mio stesso quartiere di San Giovanni insieme ai suoi due fratelli minori, Romano, con il quale ho condiviso i banchi dell'istituto Leonardo da Vinci - non lontano da casa mia - e Fabrizio, che chiamai alla Cirio, altro scrittore importante che ha firmato anche "Un calcio al cuore", la mia autobiografia uscita esattamente vent'anni fa".
Lei ha portato tanti campioni a Roma: il suo preferito?
"Ero innamorato di Boksic, facemmo carte false per strapparlo al Marsiglia. Un giocatore straordinario, che sapeva coniugare come pochi potenza ed eleganza. Aveva un carattere difficile e spigoloso, ma in campo era un vero fenomeno".
A proposito di fenomeni: Ronaldo?
"Eravamo a un passo. Fu un'avventura che durò circa un anno. Conoscevo bene la sua famiglia, sembrava fatta fino a quando irruppe Moratti con la sua straordinaria potenza finanziaria. Il mio grande rimpianto: se lo avessimo preso, forse avremmo vinto prima. Qualche anno dopo lo incontrai in aeroporto, a Rio de Janeiro, mi disse che gli sarebbe piaciuto indossare i colori biancocelesti. Peccato."
E Signori?
"I tifosi impazzivano per Beppe - gol, uno dei giocatori più importanti della mia gestione. Ricordo quando scesero in piazza per scongiurarne la cessione. Ero già d'accordo con il mio amico Tanzi, eravamo nella sede della Banca di Roma, all' Eur, mentre la protesta del popolo biancoleste infuriava in pieno centro, fin sotto ai miei uffici. Alla fine il sentimento prevalse sui soldi e Beppe restò. La sua mancata cessione tarpò un po' le ali al nostro ambizioso progetto, ma per fortuna i risultati non tardarono ad arrivare. Beppe divorziò dalla Lazio pochi mesi prima del nostro definitivo decollo: purtroppo non legò mai con Eriksson e Mancini, cercai di trattenerlo, ma non ci fu verso..."
I suoi collaboratori migliori?
"Ho avuto modo di lavorare con persone di grande personalità e intelligenza. Se proprio devo fare dei nomi, Dino Zoff e Nello Governato, due gentiluomini e straordinari campioni di sport".
La cavalcata della sua Lazio iniziò con la Coppa Italia del '98 e culminò in quell'incredibile scudetto: i suoi ricordi?
"Tutti belli. Lo scudetto, in modo particolare, perchè giunse in modo inaspettato. Quella domenica fu al cardiopalma, il successo più bello, senza dubbio. Poi i tanti trofei, in primis quello di Montecarlo al cospetto del Manchester United, una delle squadre migliori del mondo, in quel momento. Lì capimmo che la nostra dimensione era davvero cambiata".
Tanto che Sir Alex Ferguson pronunciò, qualche anno dopo, quelle famose parole...
"Le sue dichiarazioni mi inorgoglirono non poco, a testimonianza che la mia Lazio aveva scalato le gerarchie attestandosi tra i migliori club mondiali".
L'unico cruccio, la Champions...
"Sì. Mancò l'acuto in Coppa dei Campioni, ci provammo, ma ci complicammo fatalmente la vita nei quarti di andata contro il Valencia. Peccato, quella Lazio meritava di arrivare lontano anche nella più importante competizione europea".
Torniamo all'attualità: le piace il calcio di oggi?
"Non molto. Lo seguo distrattamente davanti alla tv, lo stadio ormai è un ricordo. Sono stato recentemente all'Olimpico in occasione di Lazio - Como, mi incuriosiva vedere all'opera la squadra di Fàbregas. Trovo noioso il football attuale, ci sono troppe pause che non giovano allo spettacolo che si vedeva ai miei tempi. Non mi pare, poi, che il Var abbia risolto i problemi arbitrali".
A proposito di stadio: qualche giorno fa la Lazio ha ufficialmente presentato il progetto Flaminio in Campidoglio.
"Sarebbe una svolta per il club. Uno stadio di proprietà, nel cuore della Capitale, garantirebbe vantaggi, prestigio e tanta visibilità. Spero che Lotito, uomo molto vicino agli ambienti della politica, riesca a fare questo regalo al popolo laziale. Anni fa ci provai anch'io, ma la burocrazia mi impedì di portare avanti il progetto".
Coltiva ancora la passione per il vino?
"Anche in quell'ambito ho appeso le scarpe al fatidico chiodo (ride, ndr). Mi sono divertito per una ventina di anni, la mia azienda vinicola di Montepulciano ha rappresentato una parte importante della mia vita".
Libero Marino

