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Ai microfoni di RDS ha parlato il difensore del Bologna Lorenzo De Silverstri che ha speso parole al miele per la Lazio. Oltre ad essere la squadra del cuore è stata quella che lo ha lanciato nel grande calcio lasciando in De Silvestri ricordi indimenticabili.

La Lazio

Una mamma calcistica, mi ha fatto incontrare un allenatore come Delio Rossi che mi ha insegnato tanto in campo, facendomi diventare un vero calciatore. Correvo tanto, ma mi mancava un po' di disciplina tecnica e tattica, lui ha speso molto tempo per aiutarmi in questo. Ho vinto la Coppa Italia da giovanissimo, è stato bellissimo. C’era un rito di iniziazione per i giovani che arrivavano alla Lazio. Io portavo i capelli 'alla Beatles' ed ero molto orgoglioso. Un giorno si presentò in camera mia Paolo Di Canio con un rasoio e mi tagliò i capelli a zero: all’inizio ero perplesso, ma da lì in poi ho sempre mantenuto lo stesso taglio per tutta la carriera.

Perché è finita con la Lazio? 

Volevo giocare di più, crearmi una carriera, volevo diventare uomo: Roma per me era un confort zone, tra famiglia e amici di sempre. Arrivò l’offerta della Fiorentina e scelsi di partire. La morte di Gabriele Sandri? Ero molto giovane, è stata una cosa più grande di me. Bisogna sempre ricordarlo, fu un fulmine a ciel sereno e una situazione difficile da gestire. Aveva un grande amore per la sua squadra, è sempre con me. Va ricordato, aveva una passione incontenibile per la sua squadra.

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Sinisa, che ha portato un cambiamento da quando è arrivato. Ha portato innovazione e un modo spavaldo di interpretare le partite, ci ha cambiato molto lo stato d’animo e la consapevolezza, dando importanza a livello internazionale al Bologna. La sua malattia ci ha unito, l’anno scorso feci un discorso alla squadra, ricordai loro l’importanza di aver superato e gestito momenti del genere. Siamo diventati maturi, è stata una cosa che ci ha lasciato grande maturità. Il mio rapporto con lui non è stato sempre rose e fiori, mi ha fatto provare anche tanta rabbia, soprattutto a Firenze quando non mi faceva giocare. Voleva insegnarmi a reagire a situazioni negative, ma poi mi ha dato gioie incredibili ed è anche grazie a lui che poi sono arrivato a Bologna. 

Momento più duro con lui? 

Ricordo il periodo di Firenze, avevo appena esordito in Nazionale giocando l’anno prima la Champions League, avevo 21 anni. Avevo il petto gonfio: mi sentivo fortissimo. Mi tenne fuori per qualche partita, voleva farmi capire che non stavo dando il massimo negli allenamenti. Ricordo una vigilia: capii di non giocare la partita di domenica e mi misi a piangere durante un allenamento. Lui si avvicinò a me e mi disse: 'Voglio farti capire che devi reagire e tornare a curare i dettagli come facevi prima'. Momento più dolce? Fuori dal campo ricordo quando lo andammo a trovare fuori dall’ospedale, era lì da 40 giorni. Quello è stato un momento emotivo fortissimo, vidi la gioia nei suoi occhi.

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