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"Come diventammo laziali bastardi: storia di una foto e di un insulto". E' l'iniziativa in programma venerdì 15 maggio alla Sapienza (ore 18), presso l'Auditorium della cappella del celebre ateneo romano. Un ritorno alle origini per Guy Chiappaventi, giornalista e scrittore, inviato speciale del Tg La7, appassionato da sempre dei colori biancocelesti, che proprio alla Sapienza si iscrisse a Lettere Classiche quarant'anni fa. L'ultima sua fatica editoriale risale al 2024 quando uscì "12 maggio, cinquant'anni dopo", omaggio magistrale all'impresa di Chinaglia e soci in occasione dell'importante anniversario del primo scudetto biancoceleste. Il giornalista romano aveva scritto (2021) - col prezioso ausilio grafico di Emanuele Palucci - anche "Laziali bastardi", un ritratto di 50 personaggi che hanno scritto la storia del club più antico della Capitale.

Un lustro dopo Chiappaventi presenta l'edizione più aggiornata del suo lavoro e a farlo non sarà solo: con lui alcuni dei protagonisti del '74 come Giancarlo Oddi e Gigi Martini, uno dei gemelli del mitico Tommaso Maestrelli, Massimo, poi Fabio Fiocchetti e altri due figli d'arte come Marco Geppetti e Roberta Della Scorciosa. Grazie proprio a quest'ultimi due, come Chiappaventi ha raccontato poche settimane fa sulla "Lettura", l'inserto domenicale del "Corriere della Sera", è stato possibile ricostruire l'origine della foto che ha ispirato il suo affascinante libro (edito da Milieu): un'istantanea iconica di 51 anni fa destinata a rimanere scolpita nei cuori del popolo laziale.

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Una foto storica, della quale finalmente si conosce la paternità...

"Uno degli scatti più suggestivi e simbolici di tutta la storia laziale, insieme al dito puntato contro la Curva Sud dallo stesso Chinaglia, immagine immortalata da un altro grande fotografo, laziale doc, come Marcello Geppetti. Sto parlando, come ho spiegato sul "Corriere della Sera" pochi giorni fa, di Long John seduto davanti al Bar Fiocchetti, il locale della collina Fleming, storico ritrovo dei giocatori biancocelesti. Da poco quell'esercizio ha chiuso i battenti sostituito da un'altra attività commerciale. E' l'8 settembre del 1975, Giorgio è appena tornato dagli States, i rapporti con Lenzini sono delicati. E' intento nella lettura di due quotidiani sportivi: "La Gazzetta dello Sport" e "Tuttosport". Dietro di lui quel graffito "Laziali Bastardi", un insulto trasformatosi presto in una sfida, in una rivendicazione, in un marchio identitario".

Chi realizzò quegli scatti?

"Edgardo Della Scorciosa, altro formidabile reporter della Roma degli anni 50/60. Quel giorno il fotografo passò al Fleming, dove aveva il suo ufficio di lavoro. Vide Chinaglia e lo immortalò dall'altra parte della strada. Tredici scatti in tutto senza che il bomber laziale se ne accorgesse. Non fu nulla di concordato. A rinvenire i negativi sono stati - recentemente - Marco Geppetti e Roberta Della Scorciosa, la figlia di Edgardo, scomparso nel dicembre del 2025. Erano in una cantina di un palazzo di viale Palmiro Togliatti, alla periferia di Roma, e sono tornati miracolosamente in superficie in mezzo allo sterminato archivio del fotografo romano. Venerdì presenteremo al pubblico, per la prima volta, quei negativi e l'edizione aggiornata del mio libro".

Ci spieghi le novità...

"E' la terza ristampa di un libro molto fortunato. Io ed Emanuele Palucci abbiamo aggiunto, rispetto alla prima edizione del 2021, Maurizio Sarri e il portiere Edoardo Motta. In questo lustro, come sappiamo, ci hanno purtroppo lasciato i vari Wilson, D'Amico e Mihajlovic e abbiamo pertanto rivisitato i loro capitoli. E' un antologia, come dico sempre, non dei laziali più forti. Manca, per esempio, Roberto Mancini, mentre c'è Guerino Gottardi. E' una galleria di quei giocatori biancocelesti che, secondo noi, hanno incarnato di più la lazialità".

Ad aprire il lavoro, nemmeno a dirlo, è Chinaglia: lei lo ha mai conosciuto?

"Giorgio è l'uomo copertina del libro. Da giocatore francamente me lo ricordo poco, all'epoca non avevo nemmeno otto anni. L'ho conosciuto da tifoso nelle vesti di presidente, quando ero solito frequentare la Curva Nord tra le file degli Eagles Supporters. Più tardi, diventato giornalista, l'ho incrociato più volte a Milano, ci siamo incontrati poco prima che uscisse il mio "Pistole e palloni", l'omaggio doveroso a quella squadra di matti scatenati che portò il primo scudetto".

Giorgione a parte, chi è il suo "laziale bastardo"?

"Luis Alberto. Il genio irregolare, il simbolo della fantasia al potere. Lo spagnolo è il prototipo di un calcio romantico di cui ci innamorammo da ragazzini".

Come mai ha scelto La Sapienza per presentare l'edizione aggiornata?

"Sono stato studente in quell'ateneo. Mi piaceva l'idea di tornarci parlando, stavolta, dietro a una cattedra. E' una iniziativa che può essere quasi accostata a una lezione universitaria che terrò con diversi amici: si respirerà tanta lazialità".

Lei da anni vive a Milano: le manca Roma?

"Sì, dal 2011. La Capitale mi manca, ma anche a Milano vivo con passione la mia lazialità. Gli amori a distanza, del resto, sono quelli più ostinati e duri a morire. La Lazio è una compagna di vita da ormai oltre cinquant'anni..."

Come nasce tifoso?

"Nel 1976 mio padre - che aveva una vaga simpatia per la Roma - mi portò per la prima volta allo stadio a vedere la finale del campionato Primavera. La Lazio rifilò un poker clamoroso alla Juve, e da lì scattò la molla. Il mio battesimo ufficiale all'Olimpico avvenne qualche anno più tardi nel derby risolto da Nicoli, una sfida che vidi dalla Curva Sud per un corto circuito di mio zio"...

Va ancora allo stadio?

"Appena posso, scappo. Vedo le gare dai Distinti Nord, come farò anche nella finale contro l'Inter".

Che partita si aspetta?

"Una gara molto difficile, l'Inter è favorita ma la Lazio venderà cara la pelle. Vincendo, salverebbe una stagione tribolata. Non considero la Coppa Italia un grandissimo trofeo, ma un eventuale nostro successo ci spalancherebbe le porte dell'Europa e ci consentirebbe di fare un mercato più dignitoso in vista della prossima stagione".

C'è un cruccio nella sua bella carriera?

"Mi sarebbe piaciuto raccontare la morte sola e disperata di Agostino Di Bartolomei, ma all'epoca dei fatti ero troppo giovane e non lavoravo ancora in televisione".

Il suo mito di giornalista sportivo?

"Gianni Brera, era inimitabile. Sapeva coniugare mirabilmente calcio e letteratura. Oggi mi piace molto Paolo Condò".

Il suo prossimo lavoro editoriale?

"Tra pochi mesi uscirà un libro che è un grido di dolore contro il calcio moderno. E' tutto pronto, dovrebbe essere disponibile a partire dall'inizio della prossima stagione calcistica".

Se non avesse fatto il giornalista?

"Il prete o il pubblico ministero".

Libero Marino 

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