header logo

Ad un anno dalla scomparsa di Sinisa Mihajlovic è intervenuta al Corriere della Sera la moglie Arianna che ha svelato i momenti più difficili dalla malattia dell'ex difensore della Lazio.

“Solo in quest’ultimo mese sto prendendo coscienza del fatto che mio marito non c’è più. I primi mesi, non capivo più nulla, stavo a Roma, dove mi ero stabilita quando i figli hanno iniziato le superiori, e avevo come la sensazione che Siniša fosse ancora vivo e stesse a Bologna ad allenare la squadra”.

È per questo che, su Instagram, ha scritto «tu ci sei, lo so», oppure «ovunque tu sia, so che ti amerò fino a lì»?
“È stato tutto così strano. Sentivo la sua presenza fisica in casa e quasi non sentivo la sua mancanza. Pensi che, nel momento in cui è mancato, ero talmente sotto shock che sorridevo a tutti. Forse, perché perdere mio marito è stato il mio primo lutto. Dopo, per mesi, ho avuto sensazioni da chiedermi se ero pazza”.

Che sensazioni?
"Ho sentito delle mani sulle mie mani, proprio delle mani che avvolgevano le mie. E, una notte, l’ho sentito stendersi accanto a me nel letto, ho avvertito il materasso che sprofondava da una parte. Poi, ho cominciato a parlare con altre persone che hanno subito un lutto e ho scoperto che non ero io pazza, ma che queste esperienze appartengono a molti. Io sentivo il rumore delle sue ciabatte in cucina. Lui, in casa, portava sempre ciabatte che scricchiolano tanto. È successo nei primi mesi, ora non più. Ma forse erano suggestioni dettate dal pensiero costante che ho di lui. Penso a Siniša qualunque cosa faccio. Se conosco delle persone mi chiedo se gli sarebbero piaciute, se mi capita qualcosa, penso a cosa avrebbe detto lui".

mihajlovic nonno

Arianna, suo marito aveva una leucemia cattiva, non aveva messo in conto che potesse morire?

“No. Poi, certo, non sono stupida e la sua era una malattia importante, ma anche lui negava l’evidenza. Se qualcuno gli chiedeva cos’aveva, diceva: amo’ che malattia ho? Mi chiamava così: amore. E io: hai la leucemia mieloide acuta. Siniša non leggeva i referti, non guardava su Internet, voleva solo sapere quali cure fare. Ha sperato fino all’ultimo di guarire. Ha lottato come un leone, ha fatto cure allucinanti, due trapianti, una cura sperimentale tostissima… Gli sono stata accanto negli ospedali per quattro anni. Credo che il mio stato shock dipenda anche dalla sofferenza vissuta insieme. Ricordo ancora i suoi occhi terrorizzati quando ci hanno detto che aveva una recidiva. Ricordo gli esami che andavano male. Ricordo il rito, tutte le mattine – per un periodo – di fare le analisi e aspettare i referti e, ogni volta, i globuli bianchi che risultavano anomali”.

A un certo punto, lo abbiamo visto tutti tornare in campo, smagrito, consumato.

"Era un uomo fortissimo, possente, alto, bello. Aveva perso trenta chili e aveva tante infezioni. Vederlo spegnersi piano piano è stato traumatizzante anche per i nostri figli".

Non c’è stato un momento in cui ha temuto che non ce la facesse?

“Nell’ultimo mese, i medici mi hanno detto che sarebbe morto. Non sapevo se dirglielo. Mi sono confrontata con tutti e cinque i figli. Solo con loro, non l’ho detto a nessun altro, neanche a mia madre. Insieme, abbiamo deciso di non dirglielo, per non togliergli quel lumicino di speranza. D’altra parte, lui non ci ha mai chiesto se ce l’avrebbe fatta, ha sempre lottato perché era un uomo che non poteva accettare di morire. Infatti, una settimana prima di andarsene, ha detto: sono felice perché ho tutti voi e voglio invecchiare con tutti i figli e tanti nipoti. Mi sono sentita sprofondare. Gli ho detto: abbiamo già una nipotina, non sei felice? E lui: ne voglio tanti, ne voglio una tavolata piena. Quello è stato un momento durissimo”.

Come è stato l’ultimo mese?

“Siniša era a casa e io sentivo ogni giorno il dottor Luca Marchetti, l’oncologo, che teneva i contatti coi medici del Bologna e dell’ospedale Sant’Orsola, a partire dalla dottoressa Francesca Bonifazi. Mi spiegava come gestire un’eventuale emorragia, che poteva essere mortale. Al che, seguivo Siniša anche in bagno; di notte, non dormivo e lo guardavo. Un giorno in cui non c’ero, ha avuto la febbre a 40. Vicky, la figlia più grande, è stata forte, bravissima: lui non voleva prendere le medicine, diceva che non servivano; lei è riuscita ad aprirgli la bocca e infilargli dentro il farmaco e a fargli scendere la febbre”.

Suo marito, quando poteva, tornava ad allenare la squadra, lei aveva paura che stancarsi gli facesse male?

“L’ho sempre assecondato, era impossibile da fermare. Sono stata giudicata per questo, mi è stato detto: tu sei la moglie, impedisciglielo. Ma per lui il calcio era una medicina. Ovviamente, non è mai andato in campo se non autorizzato dai medici. Stava ricoverato 40 giorni di seguito, ma ha sempre seguito gli allenamenti sul monitor”.

Cos’è successo quel 16 dicembre in cui è mancato?

“Qualche giorno prima, si è svegliato con un principio di emorragia. Gli ho prestato le prime cure come mi era stato insegnato, ho chiamato l’ambulanza, ma lui non voleva salirci, voleva andare in ospedale con le sue gambe. Per giorni, io e i figli gli siamo rimasti accanto a turno e la cosa struggente è che l’ultimo giorno, invece, eravamo tutti lì. I figli erano nella stanza accanto, c’ero io, sua madre, suo fratello con la moglie, il suo miglior amico, mia madre. Quando mi sono resa conto che il suo respiro è cambiato e che mancava poco, ho chiamato i ragazzi. Eravamo tutti in silenzio attorno a lui. Gli ho tenuto la mano, l’ho visto lottare col respiro sempre più pesante. Mi è venuto da dirgli: vai, non ti preoccupare, ai ragazzi ci penso io. Solo a quel punto è spirato. Fino ad allora, nessuno di noi aveva pianto. Lo stile di famiglia è tenersi le cose dentro, ma lì ci siamo abbracciati tutti. È stato un momento molto forte. Nella stanza, si è percepita come una botta di energia. È stato brutto, ma in qualche modo bello”.

Perché, sempre sui social, sotto una foto di suo marito, ha scritto di parole non dette?

“Non siamo mai stati una coppia mielosa, che si dice “ti amo”. Nelle ultime settimane, avrei voluto dirglielo e dirgli anche tante altre cose. Ma si sarebbe insospettito e non sapevo come fare. Poi, il giorno prima che morisse, è venuto il medico Luca Marchetti, un amico, e Siniša, come sempre, gli fa: sei uno stronzo, quando mi fai uscire? Poi, gli ha detto: Luca, ti voglio bene. E io: a me non dici niente? Al che, mi fa: che c’entra, a te ti amo, è diverso. Così, anche io gliel’ho detto che l’amavo”.

la famiglia di Sinisa Mihajlovic

La sto facendo piangere.

“Avrei potuto dirgli tante volte tante cose che davamo per scontate. Se ho un rimpianto, è per le parole che non gli ho detto. Su quanto gli sono stata vicina no, rimpianti non ne ho. Infatti, l’ultimo giorno, mi fa: quanto sei forte. Lo sono stata e sempre con il sorriso. Poi, magari, tornavo a casa e piangevo”.

Come si sopravvive a un amore così grande? 

“Mi sto facendo aiutare. L’analista mi ha detto: hai due possibilità, vivere o morire, cosa scegli? Ho risposto: vivere. Anche perché, come non ho voluto mostrare la mia sofferenza a mio marito, allo stesso modo non mi piace farla vedere ai miei figli. A partire da quest’estate, ho ripreso a uscire e non m’importa se qualcuno, vedendomi sui social, mi giudica. Ognuno ha il suo modo di elaborare il lutto e se mi vedono sorridere in una foto non significa che non soffro”.

Il primo incontro con suo marito? 

“A Roma, nel 1995, nel ristorante di un’amica comune, modella come me. Lui giocava nella Samp, era in Italia dal ’92, aveva giocato con la Roma ed era tornato per rivedere i suoi amici. Mi ha visto e ha detto: la sposo. Anche per me è stato un colpo di fulmine, ho notato subito i suoi occhi buoni. Infatti, era un pezzo di pane. Io lavoravo come valletta a Luna Park, con Milly Carlucci e Pippo Baudo. Pochi mesi dopo, Siniša mi ha chiesto di andare a vivere con lui a Genova, gli ho risposto che lavoravo per mantenermi, non potevo lasciare il lavoro e sarei andata solo da sposata. E lui: allora, a giugno, ci sposiamo. Ho interrotto il contratto e sono partita”.

Avere tanti figli era nei progetti?

“Io vengo da una famiglia di quattro fratelli, li volevo, ho fatto quello che avevo sempre desiderato e mio marito ha assistito a tutti i parti, tranne al secondo, perché era in Francia per gli Europei e non ha fatto in tempo”.

Che padre era Siniša? 

“Molto paziente e mi ha aiutato tantissimo… La mattina, vestiva le bimbe, le portava a scuola e coi figli giocava tantissimo, gli piaceva giocare”.

Lei di che cosa ha nostalgia?

“Dei momenti in cui, tutti insieme, partivamo per le vacanze, o facevamo Natale. Della famiglia unita”.

Come passa oggi l’anniversario della morte? 

“Faremo una benedizione ortodossa al cimitero. Lui era ortodosso. Solo parenti e amici, verrà Dejan Stanković, che è stato il suo migliore amico e ci sta tuttora vicino, poi mia suocera e mio cognato dalla Serbia. E domenica, coi ragazzi, siamo invitati allo stadio a Bologna dal presidente Joey Saputo. Il club è stato molto vicino a me e a i miei figli, andando anche oltre quello che ci saremmo aspettati”.

I figli come stanno?

“L’unica consolazione in questo anno è che tutti i quattro grandi stanno trovando una loro strada. Viktorija lavora nelle redazioni di Maria De Filippi. Virginia già da prima era sposata, sta a Genova col marito e la figlia. Dušan studia Scienze motorie e lavora con Alessandro Lucci, bravissimo procuratore di calcio. Solo il piccolo, Nicholas, fa ancora il liceo. Mio marito sarebbe stato contento di loro. Ora, sono io che devo capire cosa fare: i figli sono cresciuti, Siniša non c’è più, devo fare qualcosa, voglio che i miei figli vedano una mamma attiva, che ha un lavoro o un interesse”.

Ha un ricordo che racconti com’era fatto suo marito? 

“Non uno, ma tanti e riguardano sicuramente la sua generosità. Ha sempre aiutato tutti. E poi ricordo il suo amore per il calcio. Quando il 25 agosto 2019 è andato alla partita contro il Verona, si è messo le scarpe, tremava, aveva l’affanno, ma è andato”.

I momenti più belli della sua carriera?

“Gli anni in cui abbiamo creato tutto, quelli della Lazio dal’ 98 al 2004. Nel ‘98, è nata la seconda figlia, poi sono arrivati lo scudetto del 2000, il terzo e il quarto figlio... A proposito, ci tengo a ringraziare i tifosi della Lazio, che fanno tanto per ricordare mio marito”.

Il suo carattere duro, da «macho», come lui stesso lo aveva definito, si sentiva anche in casa?

“Siniša non era quello che si vedeva da fuori, era un buono. Certo, veniva da un Paese, la Serbia, dove non sono per le smancerie. Lui parlava coi fatti, non con le parole. Ma doveva sempre dire quello che pensava. Quando aveva certe uscite forti, lo sgridavo, io sono più diplomatica. Quando doveva vedere Silvio Berlusconi, gli dicevo: ricordati che è sempre il presidente. Ma niente, mi rispondeva che, se non diceva quello che pensava, non riusciva a guardarsi allo specchio”.

Il momento peggiore della malattia?

“Quello in cui ci hanno detto che aveva una recidiva. Lì ho avuto tanta paura. E anche lui ne ha avuta. Ci sono state giornate nell’hotel dove abitava a Bologna con sensazioni che ci spaccavano il cuore. E poi è stato brutto quando i figli hanno fatto gli esami per verificare se i loro midolli erano compatibili. Erano ancora piccoli, vederli pronti a tutto per salvare il papà mi ha fatto contorcere il cuore. Poi, è venuto fuori un ragazzo di Miami di 23 anni con un midollo compatibile che gli ha regalato due anni e mezzo di vita. Il secondo trapianto lo dobbiamo a suo fratello”.

Che cosa le manca di più?

“Quelle due parole che Siniša mi diceva quando avevo i miei momenti di crisi. Parlava poco, ma sapeva trovare sempre la cosa da dire per farmi stare bene”.

24 gennaio 1947, nasce il mito che non muore più: Chinaglia, eterna icona del calcio romantico
Lazio - Inter, Lotito su Inzaghi: "Non dimentico i rapporti e voglio ancora bene a Simone. Inter prima? Non mi interessa guardo solo..."