EDITORIALE - Lotito e la strana analogia con Re Sole: Dallo Stato sono io a la Lazio sono io!
EDITORIALE
L'État, c'est moi». Lo Stato sono io.
La frase tradizionalmente attribuita a Luigi XIV, ricordato come il Re Sole, è diventata nei secoli il simbolo di un modo di esercitare il potere: tutto passa dal sovrano, tutto dipende dal sovrano, ma quando qualcosa non funziona le responsabilità sembrano fermarsi prima di arrivare al trono.
Ed è difficile, guardando la Lazio di oggi, non trovare qualche assonanza con il modo in cui Claudio Lotito interpreta la presidenza biancoceleste.
Potremmo quasi parafrasare quella celebre espressione:
«La Lazio sono io».
Perché da oltre vent'anni Lotito gestisce la Lazio decidendo la strategia, scegliendo gli uomini, stabilendo i limiti economici, nominando i dirigenti, decidendo a chi affidare l'area tecnica e, direttamente o indirettamente, determinando il destino della prima squadra della Capitale.
Mai un passo indietro o una vera delega a qualcuno con competenze affermate. Anzi, i professionisti scelti non devono mai travalicare il proprio recinto e devono essere pronti ad assumersi le responsabilità di eventuali fallimenti, anche in nome e per conto di Lotito.
Così si spiega l'allontanamento di Sarri, che, come una mosca bianca, nella scorsa stagione era stato il primo contestatore di questo modo di gestire. A fare da contraltare c'è stata la scelta di Gattuso, pronto sin dal primo momento a dire: «Mi assumo le responsabilità» in ogni frangente.
Passi per la partita contro il Mantova, ma se dal mercato non arrivano i calciatori non è certo colpa di Ringhio, che in questo caso nemmeno abbaia per chiedere aiuto, nonostante si ritrovi a guidare una squadra che sembra essere sempre più povera di contenuti tecnici.
Lotito, quindi, gestisce la Lazio attraverso un sistema nel quale il potere è fortemente accentrato. Ma qui arriva il paradosso.
Perché se il potere è tuo quando le cose funzionano, la responsabilità non può improvvisamente diventare degli altri quando le cose vanno male.
IL RE È FURIOSO
Dopo l'umiliante eliminazione dalla Coppa Italia contro il Mantova, Lotito ha fatto recapitare direttamente dalla sua sede estiva di Cortina un duro messaggio alla squadra, con il direttore sportivo Fabiani che ha assunto il ruolo di mero postino.
Tutti sono sul banco degli imputati: dai giocatori al tecnico, fino ai dirigenti.
Tutti responsabili tranne uno.
Tranne chi decide.
Tranne chi ha il potere di cambiare le cose e non lo fa.
Tutti colpevoli e responsabili tranne Claudio Lotito.
Ed è proprio qui che torna alla mente Luigi XIV. Il Re Sole costruì attorno alla propria figura un sistema nel quale il sovrano rappresentava il centro politico della Francia. Versailles non era soltanto una reggia: era anche uno straordinario strumento attraverso il quale la monarchia attirava e controllava la nobiltà, concentrando sempre più il potere intorno alla Corona.
Lotito, con tutte le enormi differenze storiche e senza voler trasformare una società di calcio nella Francia del Seicento, sembra avere una concezione altrettanto centralizzata della Lazio.
Tutto passa dal presidente.
Quando bisogna comprare, passa dal presidente.
Quando bisogna vendere, passa dal presidente.
Quando bisogna scegliere un dirigente, passa dal presidente.
Quando bisogna decidere il futuro dell'allenatore, passa dal presidente.
C'è una sola cosa che non passa per Lotito: quando c'è da rifinanziare la società. In quel caso tocca al popolo, e quindi ai tifosi, ungere i meccanismi di un apparato ormai in stallo totale.
CAMBIANO I GENERALI, IL RE RESTA
Negli ultimi anni alla Lazio sono cambiati allenatori, giocatori e strategie. Quando qualcosa non ha funzionato, però, troppo spesso abbiamo assistito alla ricerca di un responsabile alternativo.
Prima Sarri, poi Baroni, poi di nuovo Sarri e adesso è arrivato il turno di Gattuso.
È bastata una sola partita per scoperchiare il vaso di Pandora.
Le ultime due uscite di Gattuso sono l'emblema di una scelta folle e scellerata: sconfitta con la Bosnia alla guida dell'Italia e sconfitta con il Mantova alla guida della Lazio.
Una scelta da tutti contestata e soltanto da Lotito sostenuta, che ora rischia di trasformarsi nell'ennesimo paradosso:
Decide tutto Lotito in casa Lazio, ma appena una sua decisione produce conseguenze negative sembra che l'abbia presa qualcun altro.
Stavolta, però, non c'è di mezzo una stagione, un percorso, un mercato o quant'altro. Stavolta siamo soltanto alla prima partita e tutto sembra essere già sulle spalle del povero Gattuso, che gestisce una rosa orfana degli interpreti migliori in difesa e che dal mercato ha ricevuto uno svincolato lontano, per caratteristiche, dalle sue richieste.
Gattuso si è già assunto le responsabilità della gara e persino di un mercato che non decolla, quasi come se il “saldo zero” fosse una sua responsabilità.
Ecco, Gattuso sembra essere la vittima perfetta: il capro espiatorio, il bersaglio da colpire per giustificare il prossimo fallimento.
Gattuso ha certamente delle responsabilità per quello che abbiamo visto contro il Mantova. Un allenatore della Lazio che perde 2-0 in casa contro una squadra di Serie B deve accettare le critiche.
Gattuso ci ha messo la faccia.
Ma Gattuso è arrivato adesso e quello che abbiamo visto in campo non si discosta poi molto da quanto mostrato da certi giocatori nella storia recente del club.
IL PERICOLO
Il progressivo ridimensionamento della Lazio non è cominciato con Gattuso.
Sono almeno tre anni che assistiamo a una società che si è progressivamente impoverita, prima economicamente e poi tecnicamente.
E allora non possiamo continuare a cambiare generale sperando che nessuno guardi mai verso il trono.
Perché i generali cambiano. Il Re resta.
Attenzione, però, perché la storia di Luigi XIV è molto più complessa della caricatura del sovrano incapace.
Luigi XIV fu uno dei monarchi più importanti della storia europea, regnò per oltre settant'anni e trasformò la Francia nella principale potenza continentale della sua epoca.
Ma il suo lunghissimo regno ebbe anche un prezzo enorme.
Le continue guerre, le enormi spese della monarchia e un sistema fiscale profondamente squilibrato contribuirono a lasciare alla Francia un debito enorme e profonde difficoltà finanziarie.
Ed è proprio questo il rischio che corre oggi la Lazio: non necessariamente quello di un tracollo finanziario, ma quello di un progressivo impoverimento delle risorse e, soprattutto, delle ambizioni.
Perché anche i sistemi apparentemente solidissimi possono lentamente consumarsi se chi comanda pensa che la propria permanenza al potere sia sufficiente a dimostrare la bontà delle proprie scelte.
Luigi XIV lasciò al suo successore un regno ancora prestigioso e potentissimo, ma anche finanziariamente appesantito e profondamente provato.
E LOTITO COSA LASCERÀ?
Anche il Re Sole, alla fine della sua vita, dovette fare i conti con ciò che aveva lasciato dietro di sé.
E questo, prima o poi, accadrà anche per Lotito.
Un dato inconfutabile è che sia il secondo presidente più vincente della storia della Lazio, con sei trofei, dietro all'inarrivabile Sergio Cragnotti.
Ma il passo finale della sua gestione, se e quando arriverà, rischia di far dimenticare quanto di buono è stato fatto, lasciando spazio a un decadimento tanto evidente quanto ingiustificabile, se non con l'incapacità di accettare il passare del tempo.
Perché se costruisci un sistema nel quale tutto dipende da te, non puoi costruire contemporaneamente una narrazione nella quale niente è mai colpa tua.
Il sistema costruito in seno alla società, nel quale tutto passa da Claudio Lotito, porta inevitabilmente verso una strada senza uscita.
Se quando si è vinto il merito è stato di Lotito, quando si azzereranno le ambizioni sportive della squadra la responsabilità sarà inevitabilmente di Lotito.
Il suo modo brusco e irrequieto di attribuire le responsabilità altrove non ha di certo scalfito un popolo che sembra aver già scelto e che ha espresso il proprio verdetto in maniera inequivocabile.
LA RESPONSABILITÀ DI TUTTO È SOLO DI CLAUDIO LOTITO.
Forse è arrivato il momento di pensare a come essere ricordato, piuttosto che rimanere aggrappato a un presente che rischia di spazzare via tutto ciò che di buono è stato fatto.
Perché alla fine, per ogni Re, arriva il momento in cui non conta più quanto a lungo abbia regnato.
Conta il regno che lascia a chi verrà dopo.

