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Dal palco dell'Auditorium il Presidente della Lazio Claudio Lotito durante l'evento “Diario di un sogno” ha voluto inviare una virtuale al Presidente del 1974 Umberto Lenzini. 

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Caro presidente Lenzini, lei non mi conosce: sono Claudio Lotito. Questo nome probabilmente non le dice niente, visto che nella gloriosa stagione 1973-74 ero un giovane biancocelesti che riempiva l’Olimpico insieme a tanti altri, innamorati della Lazio. Ero lì quel giorno, quel 12 maggio del 1974 quando vincemmo lo scudetto che era sfuggito nella stagione precedente. Che soddisfazione, che emozione. Indimenticabile quel momento la sensazione di assoluta gioia. Ero un ragazzo come tanti, studiavo insieme ai miei amici con cui la domenica andavo a vedere i miei beniamini. A volte si soffriva, a volte c’erano dei confronti abbastanza accesi, ma poi si tornava allo stadio e tutto ricominciava. Fino a giungere a quel fischio finale. Per qualche tempo quel fischio mise fine a tutti le critiche, i patimenti, i giudizi degli allenatori sugli spalti, che negli anni si erano susseguiti come è normale tra i tifosi. 

Caro presidente, ci aveva regalato una cosa meravigliosa, il piacere di tacitare non solo gli avversari ma anche i tifosi più scettici. Seppur solamente fruitore, riuscivo a capire che tipo di impresa era riuscito a portare a termine, presidente. Prima di andare a quel 1974, dovette penare per 9 anni, trovò una squadra che non pullulava di nomi altisonanti. Andammo in Serie B, ma la Lazio non molla. Ed ecco che iniziarono ad arrivare quelli che faranno la grande impresa, la vittoria dell’impresa. Questa formazione è diventata una filastrocca che conoscono i bambini, imparata dai genitori che continuano a declamarla da cinquanta anni a questa parte. E anche in questa filastrocca si ravvede l’eredità morale della Lazio, che si tramanda di padre in figlio. Mai dimenticare l’allenatore: Tommaso Maestrelli. Doveva gestire genio e sregolatezza, rendendo queste unicità un unico corpo granitico. Quell’impresa eroica non fu soltanto apporre solamente il tricolore sul petto, ma il preludio della fine di un certo tipo di calcio. Un calcio fondato sulla meritocrazia. 

Gli anni sono passati e ora quel ragazzo che sognava ha il tuo stesso ruolo. Caro Umberto, sento ogni giorno forte la responsabilità di proseguire il tuo cammino. La Lazio di oggi, animata dalla sua storia ultracentenaria, ha superato tante tempeste. Quella bandiera non è stata mai ammainata, grazie anche alla determinazione di chi ha tenuto vivo quel simbolo, anche quando sembrava tutto perduto. Ogni giorno chi indossa quella maglia è chiamato a scrivere pagine nuova di una società gloriosa. Guardando indietro, all’esempio dei più grandi, per andare avanti. La Lazio è storia, è presente, è futuro. Con affetto e riconoscenza di un giovane tifoso diventato presidente della sua grande squadra. Claudio Lotito.

 

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