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Cinque Mondiali e altrettanti Europei. In mezzo, diverse edizioni delle Olimpiadi estive e invernali. E' il curriculum di Furio Focolari, classe 1948, uno dei fuoriclasse del giornalismo sportivo italiano. Una passione, la sua, sbocciata precocemente grazie a papà Lorenzo che da bambino gli trasmise anche l'amore per la Lazio. Focolari ha legato il proprio nome alle famose telecronache delle gesta di Alberto Tomba con cui ha girato il mondo. Ma è stato anche testimone delle imprese dei Mondiali del 1982 e del 2006. Un giornalista d'altri tempi, la cui conoscenza non si limita solo a sci e football, ma spazia dal ciclismo al tennis, altri suoi grandi amori di gioventù. Oggi Focolari mette a disposizione la sua competenza sportiva a beneficio dell'emittente radiofonica romana Radio Radio di cui, da un decennio, è anche direttore responsabile. Un ritorno alle origini per il giornalista romano che iniziò il mestiere proprio a Radio 3. A dispetto di un'anagrafe non più giovanissima i suoi interventi sono sempre lucidi e incisivi, con quel timbro di voce inconfondibile e godibile che sembra cucito apposta per la radio. Ai nostri microfoni Focolari si racconta in modo appassionato, ripercorrendo la sua luminosa carriera dalle origini fino ai giorni nostri.

Come nasce la passione per il giornalismo?

Sono figlio d'arte. Mio padre, tenente pilota militare durante la Seconda guerra mondiale, fu prima caporedattore centrale in Rai e poi direttore di "Umanità", il giornale del partito social democratico. Con un papà così era inevitabile che già da ragazzino mi piacesse il giornalismo. Così, mentre frequentavo Scienze Politiche all'università, iniziai a fare il volontariato (allora si chiamava così il periodo di apprendistato) al Corriere dello Sport, poi iniziai col Giornale d'Italia dove diventai professionista, e nel '76 approdai in Rai.

Il suo mentore?

Devo tantissimo a mio padre, che mi trattava da giovane collega e non da genitore dandomi consigli importanti. Poi ricordo altri due fenomeni veri come Beppe Berti e Gilberto Evangelisti. Quest'ultimo ha il merito di aver inventato la testata giornalistica sportiva della Rai, la famosa TGS, l'attuale Rai Sport di cui io sono stato anche vice direttore.

Qualche anno più tardi Focolari si sarebbe imbattuto nello sci e nel fenomeno Tomba...

Lo sci l'ho scoperto quasi casualmente. Il telecronista di allora era un grandissimo giornalista, un uomo straordinario che porto sempre nel cuore: Alfredo Pigna. Fu lui a convincere Evangelisti a piazzare una seconda voce sul traguardo per intervistare gli atleti che arrivavano, cosa che prima non si usava. Evangelisti, durante una riunione di redazione ci domandò chi sapesse qualcosa di sci... Io non avevo una grandissima conoscenza della disciplina, ma la praticavo sui ghiacciai dello Stelvio, ero quindi un grande appassionato e risposi presente alla domanda di Gilberto.

E poi?

Ero su di giri, partii in treno fino a Torino, dove presi una macchina a noleggio con cui raggiunsi la Val d'Isère dove andava di scena la prima gara della stagione. Pigna mi aspettava lì, mi dette subito dei consigli da fratello maggiore. Due anni dopo, complice il pensionamento di Alfredo, diventai prima voce mettendo al parterre la collega Ivana Vaccari. Ebbi la soddisfazione di fare la prima intervista di Tomba campione, al Sestiere nel 1987, con indosso la maglia numero 25. La sera prima del trionfo ci scherzammo su, Alberto faceva lo spavaldo, era convinto di farcela. Nessuno di noi pensava che potesse vincere il Gigante di coppa del Mondo. Invece, il giorno successivo, vinse anche lo Slalom. Sembrava incredibile, ma aveva avuto ragione lui.

Parliamo di calcio: le differenze tra la sua epoca e oggi?

E' cambiato tutto. Una volta coi giocatori c'era più complicità, le barriere e i filtri di oggi non esistevano. Capitava che uscivi a cena con i tuoi idoli e le rispettive famiglie, penso a D'Amico, Giordano e Manfredonia con cui condividevo le sfide a calcetto e anche le vacanze sia in Italia che all'estero. Questo tipo di rapporto facilitava indubbiamente il nostro lavoro, c'era maggiore possibilità di fare lo scoop. Oggi tutto questo sarebbe impensabile. Il panorama di oggi è triste, i colleghi più giovani (almeno quelli dello sport) mi fanno tenerezza, non hanno niente da dirci, perchè le notizie sono filtrate dalle società.

Qualche aneddoto simpatico della sua lunga carriera da giornalista sportivo?

Ne potrei raccontare tanti. Penso al mio amico Bruno Conti che, una sera, a Messico '86, mi portò di nascosto l'olio per condire gli spaghetti dopo giorni terribili. Eravamo stati colpiti da un violento virus intestinale e durante la gara amichevole contro il Costarica diretta, mi pare, da Cesare Maldini, sempre Bruno, al momento della sua sostituzione, mi vide dolorante a bordocampo e mi sollevò letteralmente da terra trascinandomi fino agli spogliatoi dove potetti finalmente andare in bagno...

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario numero 50 di quell'epico scudetto: i suoi ricordi della banda Maestrelli?

Anche qui l'album è molto ricco. Penso a quella volta che riuscii a convincere il mio direttore del Giornale d'Italia a inviarmi al campo di Tor di Quinto dove allora si allenava la mia Lazio. Ancora mi occupavo di cronaca, ma il calcio mi affascinava già tanto. Arrivai all'impianto privo del necessario accredito per entrare e assistere agli allenamenti di Chinaglia e soci. Cercai invano di spiegare, proprio davanti al cancello d'ingresso, che ero un giornalista ed ero lì per lavoro quando si materializzò proprio Maestrelli. Il tecnico della Lazio mi prese sottobraccio e mi accompagnò alla piccola tribuna riservata ai giornalisti. Che galantuomo, Tommaso!

Come nasce la sua passione per i colori biancocelesti?

Mio padre era malato di Lazio. Ricordo di aver visto addirittura Silvio Piola nelle vesti di avversario con la maglia del Novara all'Olimpico. Erano gli inizi degli anni Cinquanta, avrò avuto 5 o 6 anni, papà mi ha cresciuto nel mito del bomber piemontese. Prima di diventare giornalista eravamo abbonati in tribuna Tevere, dove conobbi Guido Paglia. Molti anni più tardi, da direttore delle relazioni esterne della Puma, ho frequentato molto la tribuna Monte Mario nei palchetti d'onore riservati alla nostra azienda. Qui incontravo spesso il grande Aldo Donati. Ancora oggi, quando parte il suo inno allo stadio, mi viene la pelle d'oca. La Lazio è la Lazio, solo chi oggi è al timone della società ignora che cosa sia la lazialità.

Focolari con Lulic

Il suo laziale di sempre?

Anni fa, al Corriere dello Sport allora diretto dal mio amico Alessandro Vocalelli, facemmo una sorta di gioco diviso in puntate dove scegliemmo i 30 giocatori biancocelesti più forti di sempre. Nella top ten figuravano i vari Fiorini, Signori, Giordano, D'Amico, Wilson e Pulici. Il forte dubbio era relativo al podio: chi tra Piola e Chinaglia? Alla fine vinse Silvio per il fatto del suo record di marcature in campionato minacciato da Totti. Chi è laziale mi può capire...

Il giocatore italiano più forte di sempre, invece?

Senza dubbio Baggio. Roberto aveva un talento incredibile, con lui ho avuto un rapporto di amicizia straordinario fatto di rispetto reciproco. Con me è stato sempre un uomo di parola.

Il suo atleta di sempre?

Alberto Tomba, e non solo per le sue straordinarie vittorie. Gli ho visto fare cose incredibili in palestra durante gli allenamenti, aveva un fisico marmoreo, era una forza della natura, è stato per me l'atleta per antonomasia. Poi aggiungo una cosa: con lui ho girato praticamente il mondo, Alberto era osannato ovunque andasse, godeva di una grande popolarità, la gente impazziva per lui, un po' come Sinner oggi.

Furio Focolari con Alberto Tomba

Oggi è direttore responsabile di una importante emittente radiofonica: che cosa rappresenta per lei la radio?

E' la cosa più bella del mondo, l'avevo già scoperta a Radio 3 ai miei esordi, quando feci il grande colpo di via Caetani. Facendo la radio, tu sei gli occhi ti chi ti ascolta in tutti i sensi, è bellissimo. La radio poi ha un vantaggio: la puoi fare comodamente anche dal salotto di casa grazie alle avanzate tecnologie di oggi. Dicono che sia la sorella cieca della tv, ma non è così, perchè sei tu che dai la vista alla radio.

Ha menzionato l'episodio di Aldo Moro: ci racconti quella storica e nefasta giornata...

Avevo 30 anni. Sul posto ci trovavamo soIo io e Franco Alfano, bravo con lo zoom a trovare la direzione giusta a 500 metri di distanza. Entrai da una chiesa di via delle Botteghe Oscure, passai per la sagrestia e arrivai in un giardino dove saltai un muro trovandomi in una stradina laterale rispetto a via Caetani. Un carabiniere mi corse dietro, ma riuscii a barricarmi dentro un portone. Quando vi entrai notai, alla mia destra, una macchina ferma. Subito dopo salii al primo piano con uno stratagemma e riuscii a farmi aprire da un tassinaro che mi accolse in canottiera e col fiasco di vino sul tavolo della cucina. Poi aprii una finestra di quelle vecchie, a soffietto, e mi trovai sotto la famosa Renault. All'epoca non c'erano telefonini, riuscii a chiamare dal telefono di casa del tassinaro il mio collega Rocchi, conduttore di Radio 3, e feci per più di un'ora una diretta in leggera differita di quanto stava accadendo. Subito dopo aprirono la macchina ed io, unico giornalista al mondo, da soli cinque metri vidi il cadavere rannicchiato dell'onorevole Moro. Fu un grande colpo giornalistico nonostante la tragicità del momento. Dopo, da cronista, avrei fatto anche il terremoto in Irpinia e la tragedia di Vermicino.

A distanza di quasi mezzo secolo che idea si è fatto sul caso Moro?

La questione a distanza di anni non è limpida. Mi sono fatto tante domande, ci sono troppi lati oscuri, è una vicenda avvolta ancora da tanti misteri. Hanno fanno tante indagini ma temo che la verità non verrà mai fuori.

Il momento più esaltante della sua carriera?

Come giornalista sportivo i ricordi più belli sono senza dubbio legati ai Mondiali vincenti del 1982 e del 2006. Poi le vittorie delle Olimpiadi e i successi di Alberto Tomba a Calgary e le imprese di Debora Compagnoni. Se penso alla cronaca, come già ti ho raccontato, la scoperta del cadavere di Moro. Se fosse successo oggi ne parlerei alla CNN o alla BBC, ma allora ero a Rai 3...

Un cruccio?

Il mio grande rammarico fu quando qualcuno mi remò contro e mi fece cacciare dalla Rai, azienda cui ero professionalmente legato da vent'anni. Era il 1996, mi trovavo alle Olimpiadi di Atlanta (le più belle di sempre, a mio giudizio), quando mi giunse la notizia. Fu un duro colpo, peccato perchè ritengo che avrei potuto costruire in Rai qualcosa di molto importante. Dopo il divorzio, per fortuna, sei mesi più tardi mi chiamò la Puma che mi fece direttore delle relazioni esterne.

Se non avesse fatto il giornalista?

Il giornalista. Ai miei tempi il mestiere era vero, non sarei riuscito a immaginarmi in vesti diverse.
 

Libero Marino


 

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