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Una vita da mediano. Che fa rima con Giuliano. E' la bella storia di Giuliano Giannichedda. L'ex centrocampista, classe 1974, ha indossato la maglia biancoceleste per circa un lustro (2001-2005) impreziosito dalla conquista della coppa Italia nella notte magica di Torino quando le reti di Corradi e Fiore consentirono alla banda Mancini di centrare il quarto trofeo della sua storia. Giannichedda ha fatto breccia nel cuore dei tifosi grazie a una singolare abnegazione, a quel lavoro instancabile e prezioso nella zona nevralgica del campo "a recuperar palloni", parafrasando la canzone di cui sopra. Un professionista esemplare, corretto e anche capace, all'occorrenza, di ricoprire ruoli non propriamente suoi come accadde nella famosa notte della Befana del 2005 quando Papadopulo (all'esordio sulla panchina laziale), complici le tante assenze, lo piazzò davanti alla difesa vincendo un derby memorabile, quello dell'attesissimo ritorno di Paolo Di Canio. L'importante parentesi a Roma fece da prologo al suo passaggio alla Juventus. I colori bianconeri erano nel suo destino: bianconera era la squadra che lo svezzò calcisticamente, il Sora, così come l'Udinese che ne segnò il battesimo nella massima serie. Una carriera importante, la sua, condita anche da qualche gettone in Nazionale. Con la maglia azzurra dell'Under 23 di Marco Tardelli (Bari, 1997), inoltre, si tolse lo sfizio di vincere i giochi del Mediterraneo. Archiviato ormai da tempo il calcio giocato (l'ultima parentesi a Livorno prima del definitivo congedo), Giannichedda è tornato protagonista nelle rinnovate vesti di allenatore. Dal luglio del 2019 la Lega Nazionale Dilettanti gli ha affidato la guida della Rappresentativa di Serie D. Alle nostre domande Giannichedda risponde con la stessa puntualità che esibiva in fase di interdizione al cospetto di grandi campioni.

Il traguardo dei cinquant'anni è ormai vicino: chi si sente di ringraziare dopo quasi mezzo secolo di carriera?

In primo luogo, la mia famiglia. I miei genitori e mio fratello maggiore mi sono stati sempre vicino nei momenti decisivi della mia formazione. A loro devo tantissimo. Professionalmente parlando, ho avuto il privilegio di lavorare con tanti personaggi importanti del mondo del calcio come Zaccheroni, Capello, Zoff, Spalletti, Guidolin e Tardelli, allenatori che mi hanno dato molto. A fine carriera, inoltre, ho collaborato con Conte e Sacchi. Poi penso ai tecnici delle mie origini come Enzo Petrilli dello Sporting Pontecorvo e Di Pucchio del Sora. Che allenatore, Claudio, era già all'avanguardia trent'anni fa.

A proposito di Sora: che cosa le dice la data del 26 giugno 1994?

Un turbinio di emozioni. Quello contro la Turris fu uno spareggio al cardiopalma culminato nella lotteria dei rigori. Io dal dischetto non fallii, poi ci pensò Luiso a mandare in paradiso il Sora, che fu promosso in C1. Nonostante siano trascorsi trent'anni, conservo un ricordo nitido di quel gruppo straordinario, fatto di uomini veri e appassionati che sovvertirono pronostici e gerarchie facendo impazzire un'intera città.

Che calcio è quello di oggi?

E' in continua evoluzione e noi dobbiamo essere bravi ad adeguarci ai tanti cambiamenti. A livello di studio e tattica, noi italiani siamo molto bravi. Per restare però al passo con le altre nazioni, dobbiamo migliorare nelle infrastrutture e nei metodi di allenamento. Non è vero, poi, che manca la tecnica: la verità è che il calcio, oggi, corre a una velocità pazzesca e si è fatalmente più portati all'errore.

Il suo momento più bello?

Ce ne sono tanti. Nella mia carriera ho avuto il privilegio di indossare maglie importanti come quelle di Udinese, Lazio e Juventus. Con questi club ho vinto tanto, conservo ricordi bellissimi. Se proprio devo indicare il giorno più esaltante della mia carriera, scelgo l'esordio in maglia azzurra, nel 2000, ad Ancona. Il sogno si avverava, io che venivo da un piccolo paese di provincia come Castrocielo toccai il cielo con un dito.

Ha rimpianti?

No, mi ritengo un ragazzo fortunato che ha coronato un grande sogno inseguito fin da bambino.

Nella sua lunga carriera ha incrociato le piste di tanti campioni: chi l'ha messa più in difficoltà?

Zidane, su tutti. Poi Ronaldo il fenomeno e Kakà.

I giocatori italiani più forti, invece, con cui ha giocato?

Baggio, con cui ho avuto l'onore di allenarmi in maglia azzurra. Poi Del Piero e, a pari merito, Totti e Cassano.

Torniamo all'attualità: il suo grande amico Inzaghi si è tolto uno sfizio non da poco..

Simone, finalmente, lo meritava. Da quando siede sulla panchina dell'Inter ha fatto cose egregie, peccato per l'eliminazione dalla Champions. Una stagione da incorniciare, per lui parlano i numeri.

E la nuova Lazio di Tudor le piace?

L'allenatore croato in questo finale di stagione sta facendo molto bene. Raccogliere l'eredità di Sarri non era facile. La Lazio deve ripartire, serve una programmazione seria, alcuni big sono destinati a lasciare la squadra e la società biancoceleste dovrà essere brava a individuare giocatori di qualità.

Lei ha indossato la maglia biancoceleste in un momento particolarmente delicato della storia del club: il ricordo più bello della sua parentesi capitolina?

Vero, la Lazio era reduce dall'epopea cragnottiana, quando arrivai a Roma si era appena chiuso un grande ciclo e c'era la necessità di voltare pagina tra mille difficoltà. Nonostante tutto conservo dei ricordi bellissimi, la Lazio mi ha dato tanto e sono rimasto molto legato alla città dove attualmente vivo. Se proprio devo scegliere il momento più bello penso al trofeo alzato a Torino davanti a 10.000 tifosi laziali, esattamente 20 anni fa. Fu una notte da brividi, lo stadio Delle Alpi sembrava l'Olimpico...

Giannichedda in panchina

Lei oggi allena i giovani di serie D: quanto ritiene sia importante attingere dai vivai?

Ho maturato alcune esperienze che, nonostante tutto, mi sono servite a farmi capire tante cose arricchendo il mio bagaglio di conoscenze. Nel calcio non si finisce mai di imparare. Lavorare con i ragazzi è impagabile, abbiamo il dovere di coltivarli bene, sono loro del resto il futuro del nostro movimento. Purtroppo da noi esiste un problema di mentalità, spesso facciamo credere a un ragazzo di essere già arrivato a 14 anni ma non è così. Per raggiungere certi livelli servono testa, cuore e sacrificio, prima ancora delle doti tecniche. Spero che le società puntino finalmente sui nostri giovani, abbiamo in casa tanti talenti e disperdere questo prezioso patrimonio sarebbe imperdonabile.

Capitolo Nazionale: crede che Spalletti sia l'uomo giusto per rilanciare l'Italia ai prossimi Europei?

Assolutamente sì. L'allenatore toscano ha grande personalità, è un maestro di calcio. In Nazionale non è mai facile, chi siede sulla panchina azzurra è un selezionatore più che un allenatore, il tempo a disposizione per essere incisivo è poco, ma sono convinto che l'Italia tornerà grande protagonista.

L'omaggio dello Stadio Olimpico alla Lazio del 1974

 

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