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Ai microfoni di Falke Esport ha parlato l'attaccante della Lazio Pedro che ha raccontato la sua vita da calciatore da Barcellona e Roma senza tralasciare le attività benefiche in cui è impegnato da diversi ann.i

ARRIVO A BARCELLONA

“L’inizio è stato duro, soprattutto per mia madre perché io ero il figlio più piccolo in casa. È stata molto male, addirittura è entrata in depressione. Anche io quando sono arrivato a Barcellona sono stato un po’ male perché è stato difficile adattarmi al catalano, è una città molto grande. Io venivo da un piccolo paese, di poco più di 100 abitanti. E passare in questa grande città potete immaginare quanto fosse complicato. Stavo male perché stavo lontano, tuttavia credo che tutte queste esperienze ti rendono più forte. Ti danno tanta costanza nella tua vita: fu un’esperienza dura da vivere all’inizio però mi ha fortificato come persona e mi ha insegnato a dare valore ad alcune cose che quando sei molto giovane non consideri. Ti rendi conto di ciò che è veramente importante, le cose semplici. Avere vicino la famiglia e gli amici. Ho fatto questo tipo di sacrificio perché era un’opportunità unica per la mia vita e se non lo avessi fatto oggi non saremmo qua”.

PRESSIONE NEL GIOCARE CON IL BARCA

“È molto difficile gestire questo tipo di emozioni. Passi dallo stare in una piccola isola come Tenerife a stare in una grande città come Barcellona, dove ci sono i migliori giovani a livello mondiale. È difficile adattarsi e gestire la situazione. Tutti i ragazzi che ho avuto la fortuna di conoscere, quelli che arrivavano dalle Canarie, i primi tempi passavano momenti duri. Noi delle Canarie abbiamo una mentalità molto semplice: giocare per la strada, stare con gli altri bambini, avere la famiglia vicino… e quando ti tolgono tutto questo e sei costretto a cambiare è molto dura. A volte sembra che la nostra professione sia molto semplice, vivere in alto, comodamente, ma nel percorso ci sono cose che la gente non conosce e che sono difficile da gestire. La pressione, la frustrazione, il perché non gioco… Quando hai 16 anni e non hai la maturità per adattarti questi situazioni sei un bambino”.

CAMBI DI NAZIONE

“A Barcellona sono sempre stato a mio agio, come a casa. Sono stato tanti anni, mi sono fatto un milione di amici, i miei figli sono cresciuti lì. E in generale sei sempre al tuo agio quando sei nel tuo paese. Il cambiamento reale è quando sono arrivato a Londra, una cultura totalmente diversa da quella spagnola. Gli inglesi sono gente molto amabile, c’ molto rispetto per il calciatore. È il miglior posto dove ho potuto avere una vita tranquilla come giocatore: i tifosi seguono molto il calcio, ma non hanno questa follia di chiederti foto e video in continuazione, sono persone molto educate. Ti vedono per la strada, ti salutano, ma ti fanno fare la tua vita. Io potevo andare al parco a giocare a calcio con i miei figli senza che nessuno mi facesse video o chiedesse foto, cosa che qui in Italia e in Spagna è molto diverso. Qui a Roma sono più passionali, più legati, qui si basa tutto intorno al calcio. Tra Spagna e Italia sono molto simili, paesi molto aperti. Dal primo momento in cui sono arrivato qui mi hanno trattato bene, mi sento amato e sono a mio agio”.

LA FONDAZIONE

“Tutto è iniziato perché ho sempre voluto aiutare il maggior numero di persone possibili, soprattutto i bambini che vengono da famiglie disagiate. Volevamo far partire un progetto sociale importante, un lavoro solidale e costante. Dagli eventi ai quali partecipavo mi rimaneva sempre un senso di amarezza: in quei casi si aiutano singole persone, e molti genitori mi chiedevano come mai aiutassi solo quel bambino e non gli altri. Che succede con le altre persone che hanno la stessa malattia e lo stesso disagio? Ero dispiaciuto di non dare di più di quello che effettivamente stavo dando in quel momento. E da qui è arrivata l’idea della fondazione, di questo grande progetto e sono molti anni che stiamo facendo molti eventi, attività, abbiamo aiutato ospedali e scuole. E abbiamo dato la possibilità a tanti bambini di frequentare i nostri campus. Da piccolo mi sarebbe tanto piaciuto conoscere un calciatore famoso, vederlo da vicino e fargli delle domande… e quando sto con loro vedo il loro affetto, la stima dei giocatori, questo mi gratifica molto. È un’iniziativa che continua a dare dei frutti: grazie a loro possiamo continuare a collaborare e donare. Questo è un tema importante di cui mi sento orgoglioso, anche per come è cresciuta la fondazione. Vediamo come andrà avanti, voglio essere presente il più possibile”.

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