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Gigi Martini ha vissuto tante vite. Calciatore, pilota Alitalia, paracadutista della Folgore, deputato, scrittore, uomo di mare. Toscano, classe 1949, ha legato il suo nome alla Banda Maestrelli, che - 52 anni fa - riuscì nell'impresa sportiva di portare il primo scudetto biancoceleste a Roma. Era il 12 maggio del 1974, e in quel famoso e afoso pomeriggio la Lazio ospitava, in un Olimpico gremito e vestito a festa, il Foggia domato nella ripresa da un rigore del solito Chinaglia. Con Martini riannodiamo il nastro e ripercorriamo, dopo oltre mezzo secolo, una delle domeniche più belle della lunga storia laziale. Un pomeriggio dove successe di tutto: il difensore laziale uscì anzitempo per un duro scontro con il pugliese Rognoni che gli costò una clavicola. Ma l'ebbrezza di quei straordinari momenti fu più forte del dolore. Martini mi risponde dal suo cellulare mentre è in macchina, la sua vita del resto è stata sempre veloce, così come quelle sue scorribande sulla fascia sinistra, lui destro (di piede e di cuore). Tono composto e cordiale, l'ex difensore è un fiume in piena, mi racconta e si racconta con la schiettezza che da sempre lo contraddistingue.

Martini, l'ennesimo anniversario è arrivato: i suoi ricordi?

"Fu una domenica indimenticabile. Ancora oggi tanti tifosi mi ringraziano quando mi incontrano per strada. Fu un'emozione forte che non si può spiegare. Vincere uno scudetto a Roma, contro tutto e tutti, è qualcosa di veramente straordinario. Eravamo consapevoli della nostra forza, quel gruppo era invincibile. Nonostante tutto eravamo tesi, complice il primo caldo stagionale. Poi ci pensò Giorgio..."

Chinaglia...

"Un condottiero. Viveva per il gol. Tanti ne aveva già segnati in serie B, si vedeva che era un predestinato. Viveva la partita alla stregua di un tifoso, era un autentico trascinatore, una persona straordinaria dentro e fuori dal campo".

Lei era molto amico di un altro grandissimo come Re Cecconi...

Vero. A lui mi legano ricordi anche famigliari. Luciano era soprannominato il "saggio", dispensava sempre consigli a tutti. Era anche molto critico nei miei confronti, ma mi voleva un bene dell'anima. Alla fine provò a lanciarsi come me dal paracadute nonostante considerasse pericolosa e scellerata la mia scelta".

A distanza di anni che idea si è fatto sulla sua tragica morte?

"Ricordo benissimo quel tardo pomeriggio del '77, mi sembrò subito tutto incredibile e surreale. Provai un dolore indicibile. Ne parlai a lungo con Ghedin con il quale cercammo di ricostruire gli attimi precedenti allo sparo del gioielliere, che ferì a morte Luciano in maniera accidentale. Escludo nella maniera più assoluta che Cecco abbia voluto fare uno scherzo, non era il tipo, la verità di quella serata, del resto, è scritta sulle carte processuali. E mi fermo qui".

Maestrelli?

"Un genio. Se quella squadra vinse, grande merito fu il suo. Un allenatore che ebbe l'intuizione di avanzare i due terzini in un calcio dove si giocava a uomo. Quella Lazio fu l'Olanda prima dell'Olanda stessa. Tommaso poi era un padre per tutti noi, sapeva comunicare come pochi e stava sempre sul pezzo. E' stato unico".

C'è un rimpianto che l'accompagna a distanza di anni?

"Non aver vinto lo scudetto l'anno prima. Eravamo già fortissimi, ma fummo beffati nel finale, peccato..."

Lei, esattamente 30 anni fa, si cimentò anche in politica: che cosa le ha lasciato quell'esperienza?

"Tanti bei ricordi. Il mio collega e conterraneo Altero Matteoli diceva che quando hai fatto politica puoi fare di tutto nella vita. E aveva ragione. La politica ti forgia molto, ti insegna valori importanti come la lealtà e il rispetto per il prossimo, ti aiuta a non cadere nelle provocazioni. Oggi è cambiato tutto, a cominciare dal modo di comunicare".

E il calcio di oggi le piace?

"Non tanto, lo trovo abbastanza noioso, si perde troppo tempo e si osa poco. Noi attaccavamo in dieci uomini. Poi il Var ha finito per rovinare il giocattolo, rimpiango i tempi quando l'arbitro sbagliava senza l'ausilio della tecnologia".

E' la vigilia di Lazio - Inter, una gara che può valere una stagione...

"I nerazzurri sono favoriti ma sbaglierebbero a sottovalutare la Lazio che nelle grandi sfide - quest'anno - ha fatto sempre bene. E' una gara secca nella quale può accadere di tutto. Poi ci saranno anche i tifosi"...

Come giudica la frattura tra tifo e società?

"E' un argomento molto delicato. Capisco la posizione del pubblico, è giusto che chieda di più, la Lazio deve puntare sempre in alto. Ma, al tempo stesso, mi piange il cuore vedere quegli spalti vuoti, un derby senza tifosi non ha senso, è una partita troppo importante che io baratterei anche con la stessa Coppa Italia".

Le stracittadine... ne ha giocate tante: una che le è rimasta impressa?

"Il primo derby non si scorda mai. Stagione '71/'72, eravamo in B e sfidammo la Roma in Coppa Italia. Io ero appena arrivato da Livorno e non ero abituato a giocare davanti a un pubblico del genere. Ero emozionatissimo, mi tremavano le gambe. Poi quelli vinti trascinati da Giorgio..."

Lei, tra le tante cose, è anche uno scrittore di successo: come nasce questa passione?

"In mare. Sono un libero anarchico anche tra le acque. Ho attraversato l'Oceano due volte, il mare è la mia seconda casa, mi rilassa ispirandomi le cose che scrivo. Sta per uscire il mio terzo lavoro "Sulle ali del vento", che racconta del mio viaggio dal Sud Africa in Toscana. Oggi vivo all'Argentario, sono senza barca da un anno e mi manca maledettamente. Devo ricomprarla".

Libero Marino 

 

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