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ESCLUSIVA – Lino Della Corte: “Paracadutismo è uno stile di vita. Ho detto no alla Roma e sulla Lazio…”

“In Italia, in Europa e nel Mondo”. Il vecchio coro della Curva Nord si adatta bene alle gesta di Lino Della Corte, presidente della S.S.Lazio Paracadutismo da ormai trent’anni. Un laziale vero, con la filigrana, che ha fatto della sua grande passione per il volo uno stile di vita. Della Corte è un prestigioso ambasciatore della Lazio, il cui nome, fiero e orgoglioso, porta in giro per il mondo collezionando, con il suo valoroso manipolo di atleti, allori e riconoscimenti. La sezione paracadutismo è il fiore all’occhiello della polisportiva più antica d’Europa come testimonia il ricco curriculum dei ragazzi sapientemente guidati da Lino che, a dispetto dei suoi 60 anni, sembra ancora un ragazzino nel fisico e nello spirito. Chi meglio di loro, del resto, incarna i valori autentici della lazialità? Coraggio, passione, spavalderia sono i marchi di fabbrica di una squadra indomita, che non finisce mai di stupire, regalando brividi ineffabili nel cielo biancoceleste. Ad attendere lui e i suoi straordinari colleghi sono ora gli imminenti Mondiali in Arizona, dopo il grande successo dello scorso anno in Russia (10 medaglie in tutto). Alla vigilia dei quali, Della Corte si concede volentieri ai nostri microfoni raccontando la sua singolare avventura di paracadutista con l’aquila nel cuore.

Salve, e grazie per la disponibilità. Come nasce la sua passione per la Lazio?

“Ero ragazzino, mio padre, grande campione di boxe, mi parlava spesso della Lazio di Maestrelli. Un giorno mi fece una sorpresa regalandomi il completo di Giorgio Chinaglia che io sfoggiai in occasione di una Pasquetta ai giardini dell’Eur. Ero ebbro di gioia, era l’inizio degli Anni 70, e da allora mi innamorai dei nostri bellissimi colori”.

La prima volta allo stadio?

“Il mio esordio all’Olimpico risale al novembre del 1973 in occasione di un Lazio – Inter, quando l’iniziale vantaggio di Chinaglia fu vanificato nel finale da una rete di Bedin. Ricordo benissimo quel pomeriggio uggioso, gli spalti di un Olimpico gremito, i primi striscioni dei gruppi Ultras come la Folgore, che mi colpì subito, e le Brigate San Giovanni con il mio grande amico Guido De Angelis. Mi emozionai ma mai quanto a quel famoso e decisivo Lazio – Foggia di qualche mese più tardi”.

Ci racconti…

“Ero in Sud, lato Monte Mario, e ricordo bene il rigore calciato da Giorgio quando, nella concitazione dell’esultanza, finii nel fossato della curva. Poi quel finale palpitante con tutta quella gente con le bandiere con l’asta di legno, l’invasione di campo alla ricerca di qualche prezioso cimelio come la maglia di allora di quel cotone pazzesco. Che brividi, io dodicenne ero già campione d’Italia. L’anno successivo avrei sottoscritto anche il mio primo abbonamento allo stadio.”

E poi?

“Ho seguito da tifoso le gesta della squadra biancoceleste fino alla domenica di Paparelli, un evento che ha segnato profondamente tanti di noi. Ero in Nord quel giorno, ricordo bene il compianto capitan Wilson sotto il nostro settore nel tentativo di calmare quella gente ancora incredula e inferocita. Quel derby infausto segnò il mio congedo momentaneo dagli spalti anche perchè, di lì a poco, sarei partito volontario per Pisa”.

E dalla città toscana iniziò tutto…

“Sì, a Pisa trascorsi un anno. Ero rimasto colpito a Roma, durante un concorso ippico a Piazza Di Siena, dal lancio dei paracadutisti della Folgore, uno spettacolo incredibile, e così decisi di arruolarmi. Quella della città della Torre fu una bella palestra di vita, seguita dall’esperienza presso il reparto operativo di Siena dove, vista la mia buona competenza in ambito termoidraulico, mi misero alle prese con una caldaia. Parlai con i miei superiori spiegando loro che avevo intenzioni ben più serie, non ancora ventenne già scalpitavo dal forte desiderio di sfidare i cieli, mi sentivo un guerriero, volevo volare”.

Il suo primo lancio?

” Nel 1981, vicino a Pisa, ero il quattordicesimo di ventotto ragazzi. Fu una emozione bellissima, a dispetto dei miei 19 anni non vedevo l’ora di lanciarmi e per la prima volta provai l’ebbrezza del vuoto. Da lì non mi sono più fermato…”

Che cos’è per lei il paracadutismo?

“Uno stile di vita. Un’emozione che ogni volta si rinnova, nonostante i tanti anni trascorsi. Ogni lancio è come se fosse la prima volta, siamo una categoria a parte, io la chiamo “l’evoluzione della specie”, vengono prima i paracadutisti che gli esseri umani. Il nostro è uno sport anarchico, un mix di rischio e adrenalina. Lanciarsi da un’altezza di 4000 metri per raggiungere anche picchi di 500 km orari può sembrare folle, ma è una sensazione che non baratterei con nessun’altra cosa al mondo”.

Oltre al paracadutismo, quali altre discipline l’appassionano?

“Calcio, che ho praticato fino alla Prima Categoria, la boxe, amore giovanile ereditato da papà, e i cavalli”.

Come nasce la collaborazione con la Lazio?

“Risale al 1993, anno del primo lancio sull’Olimpico. Cragnotti aveva appena rilevato la società che ci contattò grazie anche ai buoni uffici di Lionello Celon e l’allora responsabile del marketing, il mio caro amico Tommaso Cellini. In precedenza, prima di sposare la causa biancoceleste, fummo anche contattati dalla Roma ma, per ovvi motivi, declinammo l’invito. Con la Lazio ci siamo tolti grandi soddisfazioni, atterrare all’Olimpico, davanti alla tua gente, è indescrivibile, mi ritengo un privilegiato. Penso alla meravigliosa giornata del Centenario, alla festa scudetto, alle tre edizioni di “Di Padre in Figlio. Emozioni uniche.”

Il suo laziale di sempre?

“Indubbiamente D’Amico. Vincenzo è stato genio e sregolatezza, il mio primo idolo calcistico. Un talento incredibile che avrebbe meritato sicuramente molto di più. Con lui ci siamo rivisti nel 2014, in occasione del primo “Di Padre in Figlio”: dopo il mio atterraggio sul prato verde ci siamo abbracciati scoppiando a piangere come due bambini”.

 E quello attuale?

“Luis Alberto. Lo spagnolo è il valore aggiunto di questa Lazio. E’ un campione che va saputo gestire al meglio, i suoi straordinari colpi di genio possono portare la Lazio molto in alto”.

Dove può arrivare, secondo lei, la Lazio di Sarri?

“Molto lontano, sarò impopolare, ma credo che questa squadra abbia le carte in regola per dire la sua anche in chiave scudetto, già sfiorato durante l’era Inzaghi. Sono molto fiducioso, la gente è tornata a riempire lo stadio, e questo è un bel segnale. Peccato per quel brutto incidente di percorso in Danimarca, ma, da atleta, qualche calo di concentrazione è comprensibile. Il presidente, che sta facendo a mio avviso un lavoro egregio, ha rinforzato una rosa già competitiva. E’ arrivata gente come Romagnoli e Casale, e un ottimo portiere come Provedel, autentica rivelazione di questo primo scorcio di stagione. Forse manca un vice Immobile, è vero, ma confido in Sarri. Per me la Lazio farà molto bene”.

Parola di Lino Della Corte

di Libero Marino

Augusto Sciscione

Nato a ottobre del 1977 sotto il segno della bilancia. Laureato in Giurisprudenza esercita la professione di avvocato. Ama lo sport in generale, ma le sue grandi passioni sono la pallacanestro e la Lazio. La prima gara vissuta da spettatore allo Stadio Olimpico è stata Lazio-Taranto che terminò 3-1 e riporto la Lazio in Serie A. Ha vissuto gli anni d'oro della Lazio di Sven Goran Eriksson ed il giocatore a cui è rimasto più legato è il Cholo Simeone. Ama i cani ed al momento ne possiede uno di nome Gazza.

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