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EDITORIALE – Italia schiava dei debiti di riconoscenza di Gravina e Mancini, “Che Dio ce la mandi buona”

EDITORIALE – La sconfitta sonora contro l’Argentina nella cosi detta “finalissima” che ha messo di fronte la vincitrice dell’Europeo e della Coppa America è un punto di non ritorno. Una prestazione imbarazzante in cui sono emerse tutte le contraddizioni del sistema calcio italiano schiavo dei debiti di riconoscenza del Presidente della FIGC Gravina e del CT Roberto Mancini. Una partita che sapevamo difficile, ma che è stata gestita come la partitella dell’oratorio. Giocatori che si sono messi in campo da soli perchè al termine di una carriera in Nazionale, ma che non hanno capito che era il momento di lasciare 12 mesi fà. Di peggio lo si è fatto quando si sono schierati due calciatori che non hanno giocato poco e male in stagione e che attualmente non hanno nemmeno una squadra con cui giocare la prossima stagione.

La sconfitta con la Macedonia doveva segnare un cambiamento nella gestione della Nazionale, ci doveva essere uno scatto d’orgoglio che invece si è trasformato in un atto di assoluta presunzione. L’Italia ridicolizzata dall’Argentina perchè non si è messa in campo la formazione migliore. Il tutto davanti a 90 mila spettatori a Wembley e chissà quanti miliardi di persone collegate in diretta tv. La nazionale è di proprietà degli italiani e non di Gravina e Mancini che la stanno monopolizzando per il loto tornaconto personale. Un’ennesima mancanza di rispetto per il Paese intero, in nome di personalismi che non hanno senso. L’addio di Chiellini doveva essere una festa per il calciatore e per i tifosi che giustamente dovevano acclamarlo. E’ diventata, invece, la certificazione di un calciatore ormai sul viale del tramonto che ha vissuto una stagione difficile che è stato tolto dopo un tempo perchè non in grado di giocare a certi livelli. Come lui Bernardeschi che la Juventus ha lasciato partire senza tanti rimpianti, che ha chiesto 4 milioni d’ingaggio e che in questa stagione ha giocato 28 gare nel massimo campionato 28 gare su 38 solo perchè Chiesa si è infortunato. Mancini paga, inoltre, la sua mancanza di sensibilità quando ha lasciato che le critiche subissassero Ciro Immobile. L’attaccante della Lazio preso come capro espiatorio per la mancata qualificazione, quando a ragion del vero le maggiori responsabilità sono del CT. Mancini non ha saputo motivare di nuovo il gruppo, si è fidato di giocatori con la pancia piena per la vittoria ed il petto gonfio di presunzione. Tra tutti il più presuntuoso è stato proprio Mancini dal punto di vista tecnico non cogliendo i segnali che il campo stava dando. Continuare a mettere nelle peggiori condizioni per segnare il miglior attaccante d’Italia, il tutto per favorire, dopo il KO di Chiesa, esterni offensivi di medio-basso livello.

Deus ex machina di questo crollo verticale è però Gabriele Gravina che dalla vittoria dell’Europeo ha cominciato ad atteggiarsi a padrone del calcio italiano. Interviste piccanti contro chiunque andasse a mettere in discussione la sua gestione hanno lasciato il passo ad una fuga a gambe levate dopo la mancata qualificazione. Gabriele Gravina è sparito, quando doveva metterci la faccia, quando doveva spiegarci cosa stava accadendo alla nazionale degli italiani e non alla sua o a quella di Roberto Mancini. Ogni singolo minuto giocato dalla Nazionale italiana rappresenta il paese intero ed in campo devono andare calciatori motivati da responsabilità nei confronti dei tifosi. Basta con il dire che il sistema calcio in Italia non funziona. Lo sappiamo tutti e stiamo capendo che non funziona perchè al comando del movimento ci sono persone che non sono libere di fare delle scelte. Il tutto perchè ci sono ancora debiti di gratitudine da pagare che in nazionale non hanno senso.

Ieri sera ci hanno detto che qualcosa cambierà da oggi in poi. Usciranno di scena alcuni protagonisti, ma alla fine quelli che sono stati i maggiori responsabili di un simile crollo saranno ancora li a fare il bello ed il cattivo tempo.

Da italiano non mi rimane che dire “Che Dio ce la mandi buona”.

Augusto Sciscione

Nato a ottobre del 1977 sotto il segno della bilancia. Laureato in Giurisprudenza esercita la professione di avvocato. Ama lo sport in generale, ma le sue grandi passioni sono la pallacanestro e la Lazio. La prima gara vissuta da spettatore allo Stadio Olimpico è stata Lazio-Taranto che terminò 3-1 e riporto la Lazio in Serie A. Ha vissuto gli anni d'oro della Lazio di Sven Goran Eriksson ed il giocatore a cui è rimasto più legato è il Cholo Simeone. Ama i cani ed al momento ne possiede uno di nome Gazza.

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