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ESCLUSIVA con Francesco Repice: “Il fuoriclasse di Euro 2020? Ciro Immobile. Inglesi? Fair play zero”

Intervista di Libero Marino

A tu per tu con Francesco Repice, voce principe di “Tutto il Calcio Minuto per Minuto“, storica trasmissione radiofonica di Radio Rai. Repice, nato in Calabria ma formatosi nella Capitale dove tuttora vive, appartiene a quella generazione di giornalisti cresciuta con il mito dei vari Ciotti e Ameri. Il decano dei radiocronisti Rai incarna ancora, in una certa misura, un calcio antico, quello più genuino e romantico, con quel timbro di voce inconfondibile e suadente, impreziosito da un eloquio torrentizio e veloce, quasi in apnea, con il quale ci ha raccontato i recenti Europei che hanno visto l’Italia di Mancini salire sul tetto più alto d’Europa dopo 53 anni. Un ritmo incalzante e frenetico, il suo, unito a una competenza calcistica (e non solo) che ne fanno uno dei giornalisti più importanti di mamma Rai dove approdò intorno alla metà degli anni Novanta. Un Repice a tutto tondo che muove dalla straordinaria esperienza in terra inglese fino ai suoi trascorsi in curva passando per miti come Maradona e Sandro Ciotti. Euro 2020 ha rappresentato la sua definitiva consacrazione. Memorabili i suoi commenti dopo le sfide contro Spagna e Inghilterra, fino all’apoteosi finale condita dal magistrale monologo dedicato al nostro Stivale, per poi indugiare sulla meravigliosa Tropea, terra delle sue origini. Un commento di rara bellezza, da pelle d’oca e diventato subito virale, che lo ha proiettato di diritto nell’olimpo dei cronisti di sempre.

Partiamo dall’attualità: parafrasando il coro inglese, football is coming home…

“Alla fine è stato giusto così. Il calcio è nato in Italia, a Firenze nel 1400, a dispetto della “vulgata” che vuole che il football sia nato Oltremanica. Gli inglesi mi hanno profondamente deluso, fair play zero, dentro e fuori dal rettangolo verde. E’ stata sconfitta la loro spocchia. Il calcio inglese è pieno di contraddizioni e stranezze. Uno scandalo, ad esempio, che un certo Grealish sia stato pagato 110 milioni di euro, mi emoziona di più uno come Ceravolo (ride, ndr). Bonucci e Chiellini poi valgono il PIL del Canada se Stones e Maguire sono costati quelle cifre folli. Non ho questa genuflessione per la Premier, a differenza dei miei colleghi che stravedono per quel torneo. Non ho mai avuto paura della squadra di Soutghate: i veri ostacoli lungo il cammino che ha poi portato alla gloria sono stati Spagna e Belgio”.

Il tifo inglese?

“Caldo e appassionato, senza dubbio, ma francamente ho anche assistito a delle scene vergognose fuori dagli impianti, specie dopo la semifinale che ha opposto gli inglesi alla Danimarca. Erano convinti di essersi già laureati campioni, mai festeggiare prima…”

Che cosa pensa invece dei nostri tifosi?

“Il popolo azzurro è stato straordinario, la vittoria degli azzurri è stata anche la rivincita dei tanti nostri connazionali che vivono all’Estero. Da tifoso ho provato brividi forti nel vedere i nostri vessilli sulle tribune, i tifosi italiani sono stati unici, sono giunti da ogni angolo dello Stivale a incitare i nostri ragazzi col solito sostegno caldo e passionale: peccato che in Italia si parla spesso a sproposito del fenomeno ultras e ve lo dice uno che in curva, quella romanista, ha vissuto uno dei periodi più belli della sua vita. La curva, microcosmo variegato, forgia, seduce, insegna”.

Lei ora è tra i più stimati radiocronisti, sui social insieme a Bruno Pizzul caldeggiavano il suo nome per la sostituzione in tv di Alberto Rimedio, fermato dal Covid: come nasce il Repice radiocronista?

“Da ragazzino, giù in Calabria, mi cimentavo con le cronache della serie C e da allora non ho più smesso. E’ una passione cui dedico tutto me stesso, è un mestiere bellissimo che ti porta un po’ in giro per il mondo e, nonostante i mille sacrifici, ne vale la pena. Raccontare le immagini in diretta, senza pause, solleticando la fantasia dell’ascoltatore, è per me una vera e propria missione: ho avuto la fortuna di intraprendere questa professione, verso la metà degli anni Novanta, con maestri straordinari come Cucchi e Gentili, che mi hanno insegnato molto e che ringrazierò sempre; dopo gli esordi sulla carta stampata dove mi occupavo di politica ho virato con decisione sul calcio, la mia passione di sempre, e da allora non l’ho più lasciato”.

E Ciotti?

“Sandro è stato un maestro inarrivabile, ho tantissimi aneddoti, potrei scrivere un libro. Aveva una cultura straordinaria, appena arrivai in Rai mi ammonì subito e feci tesoro nel tempo dei suoi preziosi consigli. Aveva la fisima delle carte con le quali sottoponeva a una vera e propria tortura il malcapitato di turno. Con Ameri, altro formidabile collega e maestro, formava una coppia meravigliosa. Ma il mio mito è un altro…”

Ci dica pure…

“Sto parlando dii Victor Hugo Morales, un monumento della radiofonia mondiale che ho avuto la fortuna anche di conoscere. Il cronista e scrittore uruguaiano mi è entrato nel cuore per sempre con quel commento straordinario alla rete clamorosa di Maradona nel celebre quarto di finale contro l’Inghilterra quando Diego dribblò mezza squadra inglese vendicando il suo popolo dopo la sconfitta, qualche anno prima, alle Malvinas. Morales, nel descrivere quella straordinaria prodezza, non adoperò parole ma si servì di suoni che scandivano i dribbling di Maradona fino alla rete finale. Un autentico fuoriclasse”.

 A proposito di Maradona: chi è stato più forte tra lui e Pelè?

“Io preferisco Diego. Ho avuto la fortuna di incrociare due volte l’asso argentino. Diego è uno che si è messo di traverso ad Havelange prima e Blatter poi. Questa è la vera grande differenza con Pelè, altro fuoriclasse pazzesco, meraviglioso, superbo che, però, al tempo della dittatura in Brasile, si girò dall’altra parte. Per me Diego Armando Maradona è stato un esempio anche per i più giovani. Mi rendo conto di essere impopolare, l’opinione pubblica non la pensa esattamente come il sottoscritto. Ma solo chi cade ed è capace di rialzarsi, a mio avviso, merita di essere considerato un vero uomo. C’è sempre una possibilità, c’è sempre l’occasione del riscatto. Nessuno viene mai condannato per un errore. Maradona nel celebre film di Kusturica parla in terza persona di sé e nell’intervista finale al regista dice: “Pensate che cosa vi siete persi. Pensate se Maradona non fosse stato un tossicodipendente. Mi hanno fermato pensando che la cocaina potesse migliorare le mie prestazioni. Mentre la cocaina mi ha depotenziato di almeno il 50% delle mie possibilità. Pensate a cosa vi siete persi”. E’ stato unico.

Torniamo agli Europei, come ha vissuto la doppia, palpitante lotteria dei calci di rigore?

“Le sfide contro Spagna e Inghilterra sono state una sofferenza indicibile. Sono figlio del 1984, ero in curva Sud quando la mia Roma si arrese ai rigori al Liverpool, una serata che mi ha segnato profondamente, ancora oggi se ci penso mi vengono i brividi… Ho ricevuto qualche critica (legittima, per carità) sulla eccessiva enfasi che ho dedicato ai rigori della semifinale, ma in certe circostanze, credetemi, non è facile mantenere l’aplomb che s’impone a chi fa il mio mestiere; viene inevitabilmente fuori il mio trascorso di curva, è più forte di me. Quanto al rigore decisivo di Jorginho, stavo per dire che uno specialista come lui non poteva sbagliare in quel momento topico, ma da buon calabrese scaramantico me ne sono ben guardato restando zitto fino all’esultanza finale: una goduria incredibile dopo una gara soffertissima”. E’ stata quella, a mio avviso, la vera finale”.

Quando ha avuto la sensazione che l’Italia potesse arrivare fino in fondo?

“Avevo molta fiducia in Roberto Mancini ma pensavo che prima o poi qualcosa fatalmente sarebbe andato storto. Ma a Coverciano, nella conferenza stampa che precedeva la semifinale, la risposta col piglio deciso di Jorginho a una domanda di una collega mi ha fatto sobbalzare dalla mia postazione: dagli occhi della tigre del centrocampista azzurro ho capito che l’Italia sarebbe arrivata in finale”.

Dopo la sfida contro Lukaku e soci ha urlato, ai suoi microfoni, che il ranking non conta…

“Non capisco nulla di statistiche, algoritmi, tesoretti e robe varie. Io cerco di parlare di pallone. Credo che il campo sia sempre il giudice finale, il resto è fuffa; l’ho imparato dalla Juventus, ero a bordo campo quando nella celebre semifinale contro i tedeschi, nel vittorioso Mondiale del 2006, Fabio Cannavaro, nel tunnel che conduce agli spogliatoi dell’ormai ex Westfalenstadion di Dortmund, sussurrò al suo amico Gigi Buffon che l’Italia sarebbe arrivata in finale. Lo aveva capito dallo sguardo basso e spento dei rivali, che quella sera nulla poterono di fronte alla straripante Italia di Marcello Lippi. Vale solo la feroce determinazione sul rettangolo verde, il resto, ribadisco, è letteratura. Vincere, come diceva il compianto Boniperti, è l’unica cosa che conta e io non posso che essere d’accordo”.

Il suo fuoriclasse di questi Europei?

“Anche qui vado controcorrente: Ciro Immobile. L’attaccante della Lazio è stato bravissimo a dribblare le critiche piovutegli addosso nel momento topico del torneo, quando faceva fatica a trovare la via del gol; Immobile, che comunque prima aveva fatto bene con gol e assist, è stato a mio giudizio l’elemento chiave del torneo; la fiducia che i suoi compagni hanno sempre riposto in lui è segno della straordinaria compattezza del meraviglioso gruppo plasmato da Roberto Mancini, altro grande protagonista di questo Europeo”.

Le sue istantanee di Euro 2020…

“Ce ne sono tante. La prima indubbiamente l’infortunio occorso a Eriksen, in apertura di torneo, con tutta la squadra danese a fare da chioccia al calciatore nerazzurro rimasto esanime a terra; poi l’affetto degli azzurri per Spinazzola, bravissimo quanto sfortunato, e l’abbraccio finale, commovente, tra Vialli e Mancini; infine, la dedica del Mancio a Paolo Mantovani e ai tifosi blucerchiati che proprio a Wembley, nell’ormai lontano 1992, persero la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona di Koeman”.

Un successo che ci ha riportato indietro di tanti anni, alle notti magiche del 2006 fino al 1982…

“Trovo delle analogie più col trionfo di Bearzot. Erano gli anni di Piombo, l’Italia viveva una sorta di guerra civile, la tensione era alle stelle, potevi finire sul treno sbagliato, sono stati anni complicati. Paolo Rossi, (ragazzo straordinario che ho conosciuto in Rai) ha avuto il merito di riportare un intero paese, impaurito e scosso, nelle piazze e nelle strade; stessa cosa, a distanza di quasi quarant’anni, ha fatto Roberto Mancini: grazie alle gesta della sua Nazionale la gente si è di nuovo riversata in strada dopo un anno e mezzo di paure e ansie per il Covid, un mostro che ha mietuto ben 130mila vittime”.

Una vita, la sua, intensa che conosce poche pause: quali sono i suoi passatempi preferiti?

“Amo da sempre la pesca, il mare, passione che ho ereditato da mio padre, calabrese di Tropea, una terra incantata, il borgo dei borghi, il luogo della mia anima, il mio tutto. Appena posso, scendo in Calabria a godermi quel mare cristallino che mi rilassa non poco. Tropea è un paese particolare e unico, non lo baratterei per nessun altro posto al mondo. Dopo la pesca, la mia altra grande passione sono da sempre i cavalli, animali che adoro”.

Augusto Sciscione

Nato a ottobre del 1977 sotto il segno della bilancia. Laureato in Giurisprudenza esercita la professione di avvocato. Ama lo sport in generale, ma le sue grandi passioni sono la pallacanestro e la Lazio. La prima gara vissuta da spettatore allo Stadio Olimpico è stata Lazio-Taranto che terminò 3-1 e riporto la Lazio in Serie A. Ha vissuto gli anni d'oro della Lazio di Sven Goran Eriksson ed il giocatore a cui è rimasto più legato è il Cholo Simeone. Ama i cani ed al momento ne possiede uno di nome Gazza.

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