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L’estetica del sublime: Il Sarrismo spiegato a mio figlio

“L’idea contro il potere, la rivoluzione sull’ordine, il vento del cambiamento…”

Il Sarrismo: l’uomo e le sue idee

Il primo ad accorgersi che la filosofia di gioco di Maurizio Sarri fosse qualcosa di trascendente rispetto al calcio era stato Arrigo Sacchi, uno che di pallone se ne intende, e pure parecchio. A quanto pare se n’è accorta anche la Treccani che nel 2018 ha deciso che la parola «sarrismo» è un neologismo degno di una voce sull’enciclopedia.

L’elemento chiave da mettere sotto la lente nel caso di Sarri è il personaggio prima ancora che l’allenatore.  Anche se in una dimensione professionale diversa l’esaltazione della persona sta su un livello separato, ed è qui che viene da pensare che forse il Sarrismo sia in qualche misura codificabile. Senz’altro il suffisso ismo sta a indicare un elemento di rottura, l’emersione di un qualcosa di nuovo, che prima non c’era e adesso c’è. E riflettendo a partire da questo presupposto gli elementi sono molteplici: il percorso di Sarri negli anni, la sua indole, il suo essere vecchio e nuovo allo stesso tempo, le sue debolezze così marcate. Rimanendo all’interno della dimensione-personaggio, Sarri è sicuramente un anti-sistema, e forse il più anti-sistema tra gli uomini di calcio in circolazione. Dove anti-sistema non significa semplicemente particolare, diverso, unico. È senza dubbio anche tutte queste cose, ma la sua identità anti-sistemica va oltre l’immagine che dà di se stesso nel mondo del calcio. È più profonda. Il suo rifiuto per ogni tipo di convenzione – dall’abbigliamento alle relazioni diplomatiche con il sistema, appunto – è sincero e soprattutto spontaneo, mai pilotato.

La conferenza stampa poi divenuta celebre sui «diciotto uomini che possono fare un colpo di stato» ne è un esempio: Sarri è sicuro di sé come lo sono pochi altri, e in questo le sue origini svolgono un ruolo di primo piano. Ricorda da dove è venuto, sa di essere dov’è per merito, e pertanto non gli servono cuscinetti mediatici. Anche questo è un elemento di assoluto rilievo per la sua filosofia. Se Sarri è anti-sistema, infatti, lo è anche e soprattutto perché del sistema non ha bisogno, perché ci è entrato dopo. Può anche permettersi di portare rancore sotto traccia a un calcio che lo ha capito e valorizzato con troppi anni di ritardo. Sarri non fa mai polemica strumentale: non vuole alimentare il suo personaggio, che in un certo senso si alimenta da solo. La sensazione, talvolta, è che proprio per via del suo disinteresse verso il contorno (in alcuni casi un vero e proprio disprezzo) la percezione che ne ha sia ridotta. Che forse lui stesso non sia consapevole del valore mediatico del suo personaggio.

La tattica e il suo gioco

E poi c’è il Sarri tecnico: assolutamente sistemico, e in modo radicale. Capisaldi del gioco di Sarri sono: difesa a quattro con giocatori schierati in linea alta; il riferimento dei suddetti non è l’uomo bensì la palla, come da tradizione della difesa a zona.  Il suo è un calcio di grande preparazione analitica: Il pressing alto, il palleggio rapido, il movimento costante intorno al portatore, la difesa a zona pura.

Si diploma presso il Centro Tecnico di Coverciano nel 2006 con la tesi “La preparazione settimanale della partita”.

Il Sarri tecnico è fautore di un calcio che ha prima di tutto valore estetico, e per riprodurlo si serve di un’ossatura di principi definiti. Sono sempre gli stessi: controllo del campo e del pallone, baricentro alto, difesa vigile sulla palla prima che sull’uomo, fluidità nel cambiare il versante d’attacco. In questo ambito la sua originalità non sta tanto nell’applicazione di quei principi (che hanno radici più lontane) quanto nel fatto che è riuscito a renderla possibile modellando un capitale umano di livello più basso rispetto a quello di cui disponevano e dispongono i suoi antesignani. Sarri ha seguito le orme della rivoluzione dettata dal gioco di posizione riadattandole su canoni diversi. Ha creato Koulibaly e Jorginho, Hysaj e Ghoulam, Allan e Insigne, e li ha messi nelle condizioni di esprimere loro stessi al meglio nel suo sistema con una continuità impressionante. Non è certamente questa la discriminante decisiva per capire se parlare di Sarrismo sia ragionevole o meno, ma fa comunque la sua parte. Chi forgia un materiale di seconda o terza mano, in fin dei conti, non può essere valutato con lo stesso metro di paragone di chi lavora con le primissime scelte.

Rara l’autocritica, mai con le spalle al muro. Sarri è un dogmatico, un lavoratore troppo appassionato per dare voce in capitolo nel suo mestiere ad altri al di fuori di sé. È uno che non cambia idea, o meglio, che non cambia idea in pubblico. Che se sceglie di adottare un accorgimento lo fa notare il meno possibile. E, che lo si voglia apprezzare o meno, in questo aspetto sono pochi gli allenatori che lo pareggiano.

“Aprite le porte alla bellezza, il sarrismo è arrivato!”