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Sarri, vita sorte e miracoli del tecnico toscano

Calciatore per hobby, il posto in banca e gli inizi da allenatore

Maurizio Sarri nato a Bagnoli, quartiere di Napoli, il 10 gennaio del 1959, cresce in realtà a Figline Valdarno in provincia di Firenze. Il calcio per lui è, almeno inizialmente, solo un hobby. Dopo aver giocato come dilettante, ricopre infatti il ruolo di allenatore che divide con il suo lavoro da dipendente della Banca Toscana. Il 1999 è un anno chiave, perché Sarri decide di lasciare il posto in banca e dedicarsi esclusivamente alla carriera da allenatore. Da quel momento inizierà una lunghissima gavetta attraverso le serie minori del calcio italiano, dalla panchina del Sansovino a quella del Sorrento, passando per Grosseto.

Empoli, il bel gioco, la promozione in serie A

Il 25 giugno del 2012 Sarri firma un contratto con l’Empoli, che allora milita in Serie B. I risultati stentano ad arrivare e dopo nove giornate di campionato la squadra toscana totalizza appena quattro punti. Sarri, però, trova le giuste contromisure e trascina l’Empoli fino al quarto posto e, di conseguenza, ai play off per la Serie A. Il sogno promozione si spegnerà nella finale persa contro il Livorno. L’appuntamento con la Serie A, però, è solo rimandato di un anno, alla stagione 2013-2014: l’Empoli chiude secondo e si guadagna la promozione. L’esordio di Sarri nel massimo campionato italiano è molto positivo. L’Empoli, considerato la rivelazione del torneo, si salva agevolmente con quattro giornate d’anticipo e impressiona per la qualità del gioco espresso. L’allenatore, nel corso della stagione, affronta anche quello che sarà il suo futuro: il Napoli allora guidato da Rafa Benitez.

La consacrazione a Napoli

L’11 giugno del 2015 Sarri firma proprio con il club di Aurelio De Laurentiis, e deve affrontare l’iniziale scetticismo di una piazza passata da un allenatore titolato di caratura internazionale nelle mani di un neofita della Serie A. Sarri, pur non riuscendo a conquistare alcun titolo all’ombra del Vesuvio, avrà modo di far ricredere tutti, giocandosi lo scudetto con la Juventus fino a poche giornate dal termine già al primo anno sulla panchina azzurra. Dopo il terzo posto nella stagione 2016-2017, il Napoli di Sarri arriva a un passo dallo scudetto l’anno successivo, contendendo alla Juve il titolo fino a tre giornate dal termine. Gli Azzurri riescono nell’impresa di battere i Bianconeri allo Stadium il 22 aprile del 2018, portandosi a -1 dalla vetta. La sconfitta di Firenze della settimana successiva e la concomitante vittoria della Vecchia Signora a San Siro contro l’Inter, però, faranno prendere allo scudetto ancora la via della Torino bianconera. Con la fine di quella stagione si esaurisce, non senza i rimpianti di una piazza che si era molto legata al tecnico, anche il ciclo di Sarri al Napoli.

L’Europa League con il Chelsea e lo scudetto con la Juventus

L’allenatore si trasferisce quindi a Londra per una nuova avventura sulla panchina del Chelsea, con Gianfranco Zola come secondo. Alla guida del Chelsea Sarri vince il suo primo titolo da allenatore tra i professionisti: l’Europa League conquistata battendo l’Arsenal nella finale tutta inglese disputata il 29 maggio 2019 a Baku. L’esperienza londinese di Sarri dura, però, appena un anno. All’orizzonte del tecnico toscano si presenta, infatti, la Juventus che lo ingaggia proprio nell’estate del 2019 per sostituire Massimiliano Allegri. Se in campionato la Juve sembra la solita schiacciasassi, anche se con qualche passaggio a vuoto di troppo, lo scetticismo della piazza bianconera si accende in seguito alla finale di Supercoppa italiana persa contro la Lazio il 22 dicembre del 2019. Ma la stagione 2019-2020 si chiude comunque col primo titolo italiano da allenatore per Maurizio Sarri, conquistato con due giornate d’anticipo sulla fine del campionato grazie al 2-0 sulla Sampdoria. Destino diverso in Champions League. L’eliminazione della Juventus agli ottavi di finale per mano del Lione è costata al tecnico l’esonero dalla panchina bianconera.

Il Sarrismo: l’uomo e le sue idee

Il primo ad accorgersi che la filosofia di gioco di Maurizio Sarri fosse qualcosa di trascendente rispetto al calcio era stato Arrigo Sacchi, uno che di pallone se ne intende, e pure parecchio. A quanto pare, però, se n’è accorta anche la Treccani che nel 2018 ha deciso che la parola «sarrismo» è un neologismo degno di una voce sull’enciclopedia.

L’elemento chiave da mettere sotto la lente nel caso di Sarri è il personaggio prima ancora che l’allenatore.  Anche se in una dimensione professionale diversa l’esaltazione della persona sta su un livello separato, ed è qui che viene da pensare che forse il Sarrismo sia in qualche misura codificabile. Senz’altro il suffisso ismo sta a indicare un elemento di rottura, l’emersione di un qualcosa di nuovo, che prima non c’era e adesso c’è. E riflettendo a partire da questo presupposto gli elementi sono molteplici: il percorso di Sarri negli anni, la sua indole, il suo essere vecchio e nuovo allo stesso tempo, le sue debolezze così marcate. Rimanendo all’interno della dimensione-personaggio, Sarri è sicuramente un anti-sistema, e forse il più anti-sistema tra gli uomini di calcio in circolazione. Dove anti-sistema non significa semplicemente particolare, diverso, unico. È senza dubbio anche tutte queste cose, ma la sua identità anti-sistemica va oltre l’immagine che dà di se stesso nel mondo del calcio. È più profonda. Il suo rifiuto per ogni tipo di convenzione – dall’abbigliamento alle relazioni diplomatiche con il sistema, appunto – è sincero e soprattutto spontaneo, mai pilotato.

La conferenza stampa poi divenuta celebre sui «diciotto uomini che possono fare un colpo di stato» ne è un esempio: Sarri è sicuro di sé come lo sono pochi altri, e in questo le sue origini svolgono un ruolo di primo piano. Ricorda da dove è venuto, sa di essere dov’è per merito, e pertanto non gli servono cuscinetti mediatici. Anche questo è un elemento di assoluto rilievo per la sua filosofia. Se Sarri è anti-sistema, infatti, lo è anche e soprattutto perché del sistema non ha bisogno, perché ci è entrato dopo. Può anche permettersi di portare rancore sotto traccia a un calcio che lo ha capito e valorizzato con troppi anni di ritardo. Sarri non fa mai polemica strumentale: non vuole alimentare il suo personaggio, che in un certo senso si alimenta da solo. La sensazione, talvolta, è che proprio per via del suo disinteresse verso il contorno (in alcuni casi un vero e proprio disprezzo) la percezione che ne ha sia ridotta. Che forse lui stesso non sia consapevole del valore mediatico del suo personaggio.

La tattica e il suo gioco

E poi c’è il Sarri tecnico: assolutamente sistemico, e in modo radicale. Capisaldi del gioco di Sarri sono: difesa a quattro con giocatori schierati in linea alta; il riferimento dei suddetti non è l’uomo bensì la palla, come da tradizione della difesa a zona.  Il suo è un calcio di grande preparazione analitica: Il pressing alto, il palleggio rapido, il movimento costante intorno al portatore, la difesa a zona pura.

Si diploma presso il Centro Tecnico di Coverciano nel 2006 con la tesi “La preparazione settimanale della partita”.

Il Sarri tecnico è fautore di un calcio che ha prima di tutto valore estetico, e per riprodurlo si serve di un’ossatura di principi definiti. Sono sempre gli stessi: controllo del campo e del pallone, baricentro alto, difesa vigile sulla palla prima che sull’uomo, fluidità nel cambiare il versante d’attacco. In questo ambito la sua originalità non sta tanto nell’applicazione di quei principi (che hanno radici più lontane) quanto nel fatto che è riuscito a renderla possibile modellando un capitale umano di livello più basso rispetto a quello di cui disponevano e dispongono i suoi antesignani. Sarri ha seguito le orme della rivoluzione dettata dal gioco di posizione riadattandole su canoni diversi. Ha creato Koulibaly e Jorginho, Hysaj e Ghoulam, Allan e Insigne, e li ha messi nelle condizioni di esprimere loro stessi al meglio nel suo sistema con una continuità impressionante. Non è certamente questa la discriminante decisiva per capire se parlare di Sarrismo sia ragionevole o meno, ma fa comunque la sua parte. Chi forgia un materiale di seconda o terza mano, in fin dei conti, non può essere valutato con lo stesso metro di paragone di chi lavora con le primissime scelte.

Rara l’autocritica, mai con le spalle al muro. Sarri è un dogmatico, un lavoratore troppo appassionato per dare voce in capitolo nel suo mestiere ad altri al di fuori di sé. È uno che non cambia idea, o meglio, che non cambia idea in pubblico. Che se sceglie di adottare un accorgimento lo fa notare il meno possibile. E, che lo si voglia apprezzare o meno, in questo aspetto sono pochi gli allenatori che lo pareggiano.