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“Il Diavolo in archivio”

Carissimo pupi avati,
anzi diciamo
Caro pupi avati,
è da qualche giorno che, sui social, viene postata una pagina del suo ultimo libro che volontariamente non menziono nel titolo e, successivamente, diventato film. Si, la pagina dove è visibile una frase che riporto di seguito: “è un laziale di merda” e, poche righe più sotto “ ha fatto una figura del cazzo” e in risposta “non sarebbe laziale”.
Caro pupi e/o avati, la domanda nasce spontanea “perché?”.
Ma prima di porle questa domanda mi sono andato a leggere attentamente la sua biografia e devo dirle che non ha fatto altro che confermare le mie impressioni. Insomma, se togliamo qualche film meritevole di menzione, le altre sue, come dire, opere hanno un denominatore comune che è l’essere piatte. Cioè una sufficienza striminzita. Ma, come accade di solito, la critica, la famosa e beneamata critica, la sostiene più dei risultati del botteghino e del consenso del pubblico. Infatti molte candidature ma pochi premi vinti.
Però, avati, ritorniamo alla domanda lasciata in sospeso: perché?
Vorrei che ci spiegasse perché il Laziale – come vede io ho usato il maiuscolo al contrario di come ho fatto per il suo nome e cognome – è una merda.
Tra l’altro, colto dalla curiosità, sono andato a leggermi qualche passo del suo “capolavoro” e devo dire che si tratta di un thriller poco emozionante, ho letto le pagine da dove si evince chiaramente che le frasi contro i Laziali sono fine a loro stesse. Non hanno un spiegazione logica nella loro elencazione. Non sono utili al percorso di scrittura. Direi, rimangono sospese e lontane da un senso determinante del racconto.
Lo sa cosa penso, caro avati? Penso che lei quella prima frase non l’ha soltanto messa lì, buttata lì ma che è estremamente convinto di ciò che ha scritto, talmente accecato dall’odio verso la tifoseria della Lazio, che poche righe di seguito l’ha confermato semmai ci fosse qualche ragionevole dubbio.
Mi perdoni, caro avati, ma se io scrivessi in un mio libro sul calcio – sono uno scrittore anch’io ma non penso assolutamente di essere un suo collega – che tutti i registi italiani sono delle merde, cosa penserebbe? E, se andassi più a fondo, scrivendo che tutti i registi di Bologna sono delle merde, lei cosa penserebbe?
Concludo, anche e non soltanto perché questa vicenda mi ha stancato e non intendo scrivere altro ritenendomi profondamente offeso nella terminologia, nel pensiero, nelle righe da lei scritte. Ma stia tranquillo che stanotte dormirò comunque.
La mia speranza è che la società Lazio intervenga a tutela e difesa del proprio nome ma, le ricordo, al contrario, che ai Laziali ci pensano i Laziali.
Con la speranza che il suo diavolo vada in archivio quanto prima, la saluto non molto cordialmente.
Avanti Lazio, avanti Laziali!

Pierpaolo Gentili

Scrittore, sceneggiatore e regista. Organizza laboratori di scrittura creativa. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “La luna, inevitabilmente, e la vita”, “A testa alta” con Paolo Arcivieri, “Banco...Mat”, “L'amore rende belli” con Fabiola Cimminella, “Calcio d'inizio”. Tra gli incarichi assunti: Responsabile dell’ Ufficio Stampa del Notegen Club, del Teatro al Borgo e dell’ Associazione Culturale “Giano Bifronte”, redattore delle riviste culturali “Orizzonti”, “Versicolori”, Direttore Editoriale della rivista “Supertifo” con Daniele Caroleo. Conduttore radiofonico e opinionista presso emittenti locali, fondatore della rivista “Diffidare dalle Imitazioni”. Regista del film “Quel coniglio è un predatore”, scritto con Federico Rinaldi. Premi vinti: quattro volte segnalato al Premio Internazionale Eugenio Montale, il “Città di Giungano”, il “Premio Tritone”. Il “Premio Mondatori” nel 2018. Fa parte della Giuria del “Premio di letteratura calcistica Gabriele Sandri”.

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