ESCLUSIVA – Maurizio Manzini: “Il ricordo più bello? La Lazio dello scudetto. Inzaghi ha lo stesso carisma di Maestrelli”. E quell’episodio con Maradona…

Manzini e la Lazio, una storia lunga quasi mezzo secolo. Lo storico team manager si racconta all’indomani del suo ottantesimo compleanno. Ai nostri microfoni si concede molto volentieri illustrandoci, con garbo ed eleganza, le tappe salienti che hanno scandito la sua lunga avventura in biancoceleste. Da 50 anni Manzini è al servizio della Lazio, da sempre la sua grande passione, lui cresciuto in una famiglia giallorossa. Un percorso, il suo, lungo e affascinante, scandito da momenti esaltanti e altri più bui, che Manzini ha vissuto sempre in prima linea, con classe e competenza, scortando la squadra ovunque. Una figura imprescindibile, una vera e propria istituzione nel variegato mondo biancoceleste.

Salve Manzini e auguri per i suoi 80 anni giunti in una giornata particolare, segnata anche dalla scomparsa di Maradona…

La ringrazio. Sì, è vero, ho festeggiato questo importante traguardo in un momento molto triste per il nostro calcio che perde un protagonista assoluto. A Maradona mi lega in particolare un ricordo relativo alla metà degli anni Ottanta quando, al San Paolo, uscimmo sconfitti immeritatamente, puniti da un gol nel finale. Mentre scendevo le scale che conducono agli spogliatoi, masticavo amaro imprecando contro la mala sorte che ci aveva privato di due punti importanti al termine di una gara dominata dalla Lazio: appena feci per girarmi, mi imbattei proprio in Maradona che tentò di consolarmi dicendomi “amico, questo è il football, purtroppo”.

Lei ha legato il suo nome alla Lazio: come nasce il suo amore per la più antica società della Capitale?

“La passione per questi colori nacque negli anni Cinquanta. Mio padre, giallorosso fino al midollo come il resto della mia famiglia, mi portò per la prima volta allo stadio in occasione di una stracittadina che la Lazio perse in malo modo. Lo stadio era quasi tutto romanista, e al termine della gara mio padre, su di giri per la netta vittoria, cercava in tutti i modi di trasmettermi il suo incontenibile entusiasmo ma io, nonostante la pesante sconfitta, ero rimasto colpito da quei colori che da lì in poi non avrei più abbandonato”.

Il suo lungo rapporto di lavoro per la società biancoceleste, invece, quando ebbe inizio?

“Iniziai come collaboratore all’alba degli anni Settanta con Maestrelli, mentre ero già dirigente dell’American Express. L’investitura ufficiale avvenne qualche anno più tardi sotto la presidenza dei fratelli Calleri. Un giorno il compianto Giorgio mi chiamò dicendomi che il Milan aveva appena ufficializzato Ramaccioni come team manager e voleva che io lo diventassi per la Lazio. Raggiunsi di lì a poco in aereo New York per comunicare ai vertici della società americana le mie dimissioni spiegando loro che stava per arrivare per il sottoscritto l’occasione della vita. I dirigenti capirono e mi diedero via libera: riuscii così a realizzare il mio sogno, fare della mia grande passione sportiva una vera e propria professione”.

Lei è stato testimone di tante Lazio: quali sono stati i momenti più belli e quelli più bui?

“Senza dubbio il primo scudetto. Fu una stagione straordinaria culminata nel tricolore, un miracolo sportivo confezionato da un manipolo di ragazzi straordinari guidati da una persona incredibile come Tommaso Maestrelli. L’altro momento che porto nel cuore è relativo a 16 anni fa quando la società stava rischiando di fallire e ci salvammo in extremis. Quanto alle pagine più dolorose, penso alle scomparse premature di Maestrelli e Re Cecconi, due persone straordinarie uscite di scena troppo presto”.

Ha appena menzionato il Maestro, spesso accostato a Simone Inzaghi: ci sono, a suo avviso, delle analogie tra i due tecnici?

“Sicuramente ci sono dei punti in comune. Simone ha lo stesso carisma di Tommaso, entrambi poi sono stati calciatori e Inzaghi, come Maestrelli, è in grado di entrare nella testa dei giocatori conoscendo certe dinamiche. Diciamo che l’accostamento, fatte le dovute proporzioni, non è blasfemo, anzi…”

La Lazio di oggi le sta piacendo?

“Stiamo facendo bene. La squadra è stata più forte delle polemiche giocando, a tratti, anche un ottimo calcio. La Champions è iniziata sotto i migliori auspici, siamo a un passo dalla qualificazione e anche il campionato ci sta regalando delle soddisfazioni dopo qualche inopinata battuta d’arresto. La Lazio c’è, e ho l’impressione che sarà protagonista anche in questa stagione. La rosa è stata nel frattempo ampliata, mi sta sorprendendo molto Akpa Akpro, giocatore molto duttile, calatosi molto bene nel ruolo affidatogli, e sono contentissimo per l’ormai ritorno di capitan Lulic. Vincere aiuta a vincere, e questa squadra ha il dovere di crederci fino in fondo”.

Che cos’è la lazialità per lei?

“Un modo di vivere non solo lo sport, uno stile di vita”.

Libero Marino

Esperienze lavorative: Provincia, Ciociaria Oggi, CittaCeleste e LazioPolis

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