“Il tampone ad orologeria”

Noi italiani ci meravigliamo delle problematiche interne, della crisi economica, delle decisioni che si sarebbero potute prendere e non sono state prese, della gestione di una pandemia dove non si evidenziano tentennamenti nonostante la difficoltà estrema anche soltanto riconducibile alla non coscienza della malattia. Non riusciamo ad accordarci su nulla. Ogni iniziativa presa da una parte politica viene rigettata quasi automaticamente dalla parte opposta. Non c’è omogeneità nella presa di coscienza come nella realtà pratica.
Ma che il potere del calcio, coloro i quali sono delegati alla salute degli sportivi, in questo caso dei calciatori, non riescono a risolvere un problema legato ad un tampone rimane qualcosa di veramente misterioso e incomprensibile.
Vorrei riuscire a capire come sia possibile che Ciro Immobile effettua un tampone a Roma risultando negativo e quindi giocando una partita di campionato e, dopo due giorni, ne effettua un altro dove risulta positivo e quindi non abile per la trasferta di Champions League.
Ma questa problematica non emerge soltanto ed esclusivamente per la Lazio. Non è davvero questo il problema più importante.
Da grandissimo profano, ignorante della materia scientifica mi pongo una domanda: ma non sarà forse perché i tamponi e le relative percentuali di positività non sono le stesse per l’Italia e per l’Uefa?
Ma davvero dobbiamo pensare che una persona possa essere positivo, leggermente positivo, un po’ positivo, negativo e leggermente negativo?
Ma, sempre con molta umiltà e referenza, non sarebbe il caso di trovare una linea comune per i tamponi effettuati in Francia, Germania, Italia, Spagna e Isole Faroe?
Tutto ciò non tanto per una squadra d calcio e i suoi tifosi che si vedono negare la possibilità di giocarsi una partita ad armi pari ma, principalmente, proprio per la salute stessa dei giocatori, per le problematiche psicologiche collegate.
Come si può pensare che un calciatore debba aspettare le ultime ore prima di una partita per sapere non solo se potrà scendere in campo ma addirittura se è malato o sano a senso alternato.
Un allenatore che prepara una partita per l’intera settimana pensando ad uno schieramento che poi sarà puntualmente smembrato.
Chi è positivo può rimanere tranquillo? Chi è negativo è sicuro di esserlo?
Troppi, tanti i dubbi e le perplessità. Dubbi e perplessità che ucciderebbero la psiche di chiunque.
Tutto questo per non voler adeguarsi ad un’omogeneità che non solo dovrebbe essere pretesa ma dovrebbe essere garantita.
Garantita.

Pierpaolo Gentili

Scrittore, sceneggiatore e regista. Organizza laboratori di scrittura creativa. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “La luna, inevitabilmente, e la vita”, “A testa alta” con Paolo Arcivieri, “Banco...Mat”, “L'amore rende belli” con Fabiola Cimminella, “Calcio d'inizio”. Tra gli incarichi assunti: Responsabile dell’ Ufficio Stampa del Notegen Club, del Teatro al Borgo e dell’ Associazione Culturale “Giano Bifronte”, redattore delle riviste culturali “Orizzonti”, “Versicolori”, Direttore Editoriale della rivista “Supertifo” con Daniele Caroleo. Conduttore radiofonico e opinionista presso emittenti locali, fondatore della rivista “Diffidare dalle Imitazioni”. Regista del film “Quel coniglio è un predatore”, scritto con Federico Rinaldi. Premi vinti: quattro volte segnalato al Premio Internazionale Eugenio Montale, il “Città di Giungano”, il “Premio Tritone”. Il “Premio Mondatori” nel 2018. Fa parte della Giuria del “Premio di letteratura calcistica Gabriele Sandri”.

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