ESCLUSIVA – Enrico Vella: “Per Atalanta-Lazio il mio cuore sarà diviso a metà. All’andata la squadra di Inzaghi ha fatto una piccola impresa”

La lazialità è un sentimento che sfugge al tempo e ti accompagna per sempre. Ci sono storie forse meno note, ingiallite dal tempo, ma quando riaffiorano suscitano emozioni e brividi forti. Una è quella dell’indimenticato Enrico Vella, centrocampista della Lazio allenata da Clagluna, costretta a espiare la pena della serie cadetta, triste retaggio del primo scandalo del calcio scommesse. Siamo agli inizi degli anni Ottanta, in un clima di straordinaria euforia per il successo della Nazionale di Bearzot ai mondiali di Spagna ’82 e il ragazzo dalla chioma fluente, proveniente da Genova, è chiamato a riscattare i biancocelesti e riportarli in A. Una Lazio “povera”, ancora lontana dai fasti cragnottiani, ma capace di annoverare gente come Manfredonia, Giordano e D’Amico, che riescono nell’impresa della promozione. A dare un contributo importante fu anche Vella, che indossò la maglia biancoceleste per 15 mesi, conditi da 43 presenze e 5 reti. Pochi ma sufficienti a fare breccia nel suo cuore laziale che, qualche anno più tardi, per un’aritmia, lo costringerà a salutare anzitempo il calcio che conta. Vella, a distanza di anni, gode di un affetto smisurato da parte dei tifosi biancocelesti, che vedevano in quel ragazzo baffuto l’emblema del sacrificio e dell’attaccamento alla maglia. Un centrocampista abile in fase di interdizione ma capace al tempo stesso di inserirsi e segnare gol pesanti. Come successe in quel novembre del 1982, quando una sua rete in avvio consentì alla Lazio di espugnare il terreno della Pistoiese. Una stagione incredibile, culminata nella promozione, che però non servì a garantirgli la sua permanenza nella Capitale. Con Morrone, subentrato nel frattempo a Clagluna, non legò mai e si consumò così il suo passaggio all’Atalanta. Con Vella, doppio ex di turno, proviamo a “giocare” la sfida tra Atalanta e Lazio, gara di cartello della giornata tanto attesa, quella della ripresa del torneo, dopo il lungo e forzato stop, causa Coronavirus.

Vella, il torneo ripartirà da Atalanta – Lazio, due squadre che hanno rappresentato tanto per lei: che sfida si aspetta?
“Il mio cuore sarà diviso a metà, stiamo parlando delle due società più importanti che hanno segnato la mia carriera. Sarà una sfida molto particolare, inutile negarlo, che si giocherà in un ambiente surreale, senza tifosi, e sappiamo quanto sono passionali le rispettive tifoserie. Dispiace, purtroppo siamo ancora in clima Covid, e già il ritorno in campo rappresenta un segnale molto positivo. Sarà molto importante l’approccio mentale delle due formazioni, al rientro dopo oltre tre mesi di inattività, i calciatori saranno inevitabilmente condizionati e non sarà facile: si affrontano due squadre importanti, che già all’andata produssero gol e spettacolo…”

La gara di andata segnò la svolta nel campionato della Lazio: da allenatore, che giudizio si è fatto di Inzaghi?
“Fu una gara rocambolesca, l’Atalanta sembrava avere in pugno la sfida dell’Olimpico, ma la Lazio del secondo tempo scese in campo con un feroce determinazione e con un pizzico di fortuna riuscì a raggiungere un pari ormai insperato. Una piccola impresa che testimonia il grande carattere di un gruppo forgiato alla grande da Simone Inzaghi, un allenatore ormai esperto a dispetto della sua giovane età; il tecnico della Lazio ha dimostrato di avere personalità da vendere, penso al caso Immobile, quando in avvio di stagione punì l’attaccante campano parcheggiandolo in panchina: una scelta impopolare e delicata che con il tempo però gli ha dato ragione. Inzaghi poi rappresenta la lazialità, è nell’ambiente da ormai oltre vent’anni e questo è sicuramente un altro valore aggiunto. Lo scudetto, difficile ma a questo punto non più impossibile, rappresenterebbe la ciliegina sulla torta del suo immenso lavoro”.

La Lazio è una grande squadra che annovera calciatori straordinari: chi le piace di più?
“Ho sempre avuto un debole per Lucas Leiva, che seguivo già dai tempi del Liverpool. E’ un giocatore imprescindibile per questa Lazio, che non potrebbe fare a meno della sua sagacia tattica in mezzo al campo. Il centrocampista argentino è un talento, oltre ai vari Immobile, Luis Alberto e Milinkovic, altri straordinari protagonisti della cavalcata biancoceleste”.

Facciamo un po’ di amarcord: lei ha vissuto alla Lazio un periodo molto particolare, quali sono i ricordi più belli?
“La mia parentesi a Roma durò 15 mesi, ma nonostante tutto conservo ricordi bellissimi. La gioia più grande il mio gol sul campo della Pistoiese, quell’esultanza sfrenata sotto il settore occupato dai circa 5.000 tifosi laziali, saliti in Toscana con ogni mezzo. Era la stagione della prima maglia bandiera della Lazio, sicuramente la più bella che ho indossato in carriera. I tifosi biancocelesti sono unici e la mia non è piaggeria, in serie B facevano numeri incredibili, seguivano la squadra ovunque con un tifo caldo e passionale; il mio per fortuna è un amore ricambiatissimo, ancora oggi sui social ricevo i complimenti di tantissimi tifosi e questo mi inorgoglisce, segno che ho lasciato una traccia significativa in maglia biancoceleste”.

Una Lazio “proletaria” che però scendeva in campo con gente come Giordano e D’Amico…
“Giocatori straordinari, con i quali legai subito anche fuori dal campo. Con Vincenzo poi c’è sempre stato un legame molto particolare, con lui dividevo la stanza in ritiro, era un punto di riferimento importante oltre che un talento fuori dal comune. Purtroppo la mia parentesi a Roma si interruppe bruscamente la stagione successiva (1983) quando Morrone fu riconfermato alla guida della squadra appena rilevata dal presidente Chinaglia; con l’allenatore argentino non legai e lasciai la Capitale per approdare a Bergamo e ripartire quindi dalla B”.

Quanto è cambiato il suo calcio rispetto a quello attuale?
“Tantissimo, il nostro football era lontano anni luce da quello odierno. Il calcio di oggi è più fisico, i calciatori si dividono tra campo e palestra, cosa impensabile ai miei tempi dove il potenziamento era svolto direttamente sul rettangolo di gioco. Tutto ciò va a discapito della tecnica, molti giocatori di oggi sarebbero improponibili per il calcio dei miei tempi, mentre molti miei colleghi di allora farebbero ancora bella figura nel contesto attuale. Sbaglia chi pensa inoltre che prima non si correva, che era un calcio più lento e macchinoso: prendiamo i vari Tardelli, Conti, Graziani, Cabrini, Scirea, gente che coniugava mirabilmente qualità e quantità. Il calcio poi si è evoluto anche dal punto di vista tecnologico, penso alla recente introduzione della VAR, strumento importante che però non ha spento del tutto le polemiche”.

Libero Marino

Esperienze lavorative: Provincia, Ciociaria Oggi, CittaCeleste e LazioPolis

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