“La Lazio non esiste”, eppure a qualcuno fece tanto male.

Secondo qualcuno la Lazio non esiste. Secondo altri, la Lazio, porterebbe sfiga. La storia, però, ci dice qualcosa di diverso. Che tutte queste affermazione siano frutto di un trauma passato? Magari un trauma cosi forte e cosi cocente, da portare le proprie vittime ad un processo di negazione della realtà. Di certo non deve essere facile, ogni anno, essere costretti a rivivere uno degli episodi più brutti della propria vita calcistica: rivedere immagini, video, highlights di quel giorno. Voci festanti e colme di gioia che intonano cori, rivendicando una delle vittorie, anzi, LA VITTORIA più importante del panorama calcistico romano moderno. E tutto questo perchè? Perche sette anni fa, un uomo dell’est Europa, decise cosi. Decise di marchiare a fuoco la storia e i propri avversari, con un gol che permise ai propri tifosi di ascendere al paradiso e di beffarsi dei propri nemici, inesorabilmente sprofondati nell’inferno calcistico. Un episodio unico, un episodio indimenticabile e intriso di significato, pregno di una vittoria che nessuno potrà mai dimenticare, di una vittoria che dice Lazio. Perchè la storia dice Lazio. Perchè la Lazio esiste, e a qualcuno ha fatto tanto male.

Un mese alla “Mezzogiorno di fuoco”

Sono già passati ben sette anni, da quando la Lazio di Vladimir Petkovic alzava la sua sesta Coppa Italia ai danni della Roma di Andreazzoli. Eppure, per noi laziali, non sembra essere passato neanche un giorno.

Impossibile dimenticare anche il più piccolo dettaglio, partendo da quel bendetto 17 Aprile del 2013: il giorno in cui i giallorossi sconfissero l’Inter, decretandosi cosi la seconda finalista del torneo. Ci fu anche qualcuno che, amareggiato, espresse la sua delusione nel dover giocare una finale contro la Lazio (auspicando un avversario più forte), ma questa è tutta un’altra storia. Da quel 17 Aprile Roma cambiò: destinata a vivere per più di un mese in uno scenario simile a quelli ricreati da Fred Zinnemann nei suoi film western. Gli sfottò quasi cessarono del tutto, l’intera città sembrava essere immobile in attesa di quel match, di quella partita unica e straordinaria: era la prima volta, in più di cento anni di calcio, che due squadre di Roma si trovavano una di fronte all’altra in una finale secca.

Il grande giorno

Arrivò poi quel giorno: il 26 maggio 2013. Un giorno di sole, caldo, quasi proprizio a festeggiamenti che sarebbero durati fino all’alba seguente. Forse un po’ troppo afoso. Ma a chi importava? Anche ci fossero stati un meteorite in avvicinamento, gli alieni e gli zombie, nessuno ci avrebbe fatto caso. A Roma il pensiero di ogni singolo tifoso era uno soltanto: vincere quella stramaledetta partita che tutti aspettavano da più di un mese. Il mese più lungo della loro vita.

Alle fine poi successe: alle 18:00 spaccate, il signor Orsato della sezione di Schio, mise il fischietto in bocca e diede cosi inizio alla battaglia. L’inizio fu un po’ incerto: entrambe le squadre davano l’impressione di poter portare a casa la partita, ma allo stesso tempo di temere ferocemente il gol dell’avversario. Come fosse un incubo. Il primo tempo, infatti, si chiuse sul risultato di 0-0. Questo non fece che aumentare la tensione sugli spalti, il sudore sulla fronte, la paura di tornare a casa sconfitti. Ma anche la voglia di vincere quella partita apparentemente infinita, liberando cosi l’urlo disumano che tutti stavano trattenendo nella propria gola da ormai tanto tempo.

Dopo qualche minuto il match riprese: qualche azione più  sfrontata, altre molto vicine al gol, ma nulla. Lo 0-0 sembrava non volersi arrendere. A circa venti minuti dal termine, però, quello che dovevo succedere, successe: i biancocelesti partirono in contropiede, per poi rallentare sulla fascia destra, qualche scambio incerto tra i centrocampisti, e poi… il fulmine: Mauri vede Candreva, imbuca per quest’ultimo che arrivando sul fondo non vede altra opzione se non quella di buttarla in mezzo, Lobont la smanaccia ma la palla continua la sua traiettoria, fino ad arrestarsi sui piedi di un uomo. Un uomo venuto dalla Bosnia, e con il numero 19 sulle spalle. Un uomo, che, alla fine, mise quel pallone in porta, scrivendo cosi una delle pagine più importanti del calcio romano. Il resto è storia. E lo sarà per sempre.

Andrea Solazzi

Nato a Roma il 6 Luglio del 1998. Attualmente studente di filosofia e aspirante giornalista. Sono quell'amico che puoi svegliare nel cuore della notte per parlare del potenziale inespresso di Meghni.

Andrea Solazzi ha 301 articoli e più. Guarda tutti gli articoli di Andrea Solazzi

Andrea Solazzi