ESCLUSIVA – Alessandro Calori: “La Lazio di Inzaghi è una squadra completa. Tutti ricordano il mio gol contro la Juventus, ma…”

Vent’anni e sembra ieri. Il destro volante di Alessandro Calori, verso la fine di quel Perugia-Juventus consegnato agli archivi del calcio italiano, esercita ancora una forte suggestione nell’immaginario laziale. Il suo gol nel diluvio del “Renato Curi” regalò alla Lazio (che sotto il sole cocente dell’Olimpico regolava agevolmente la Reggina) lo scudetto più incredibile e romanzato della storia. Una giornata particolare che riviviamo con il protagonista di quell’incredibile pomeriggio di metà maggio, che ai nostri microfoni si concede volentieri parlando del football di oggi e di ieri. Ma pensare a Calori solo come giustiziere della vecchia Signora (squadra di cui, ironia della sorte, è tifoso fin da bambino) sarebbe riduttivo. A impedirlo, del resto, è il suo corposo curriculum: il difensore toscano vanta infatti 600 presenze tra i professionisti, frutto di una carriera ventennale iniziata nella sua Arezzo nei primi anni Ottanta e finita circa tre lustri fa a Venezia. In mezzo le importanti esperienze di Udine e Brescia dove incrociò le piste di gente come Pirlo, Roby Baggio, Guardiola e Toni. Archiviato il calcio giocato, Calori si è calato nelle vesti di allenatore (l’ultima esperienza, poco fortunata, a Terni) e ora, coronavirus permettendo, scalpita per tornare a cibarsi di quelle emozioni che solo il rettangolo verde sa regalare.

Calori e quel gol alla Juve: cosa ricorda di quell’ultima giornata di campionato?

“Fu una domenica molto particolare preceduta da giorni concitatissimi. Juve e Lazio si giocavano lo scudetto in novanta minuti ed erano reduci da vibranti polemiche scaturite dal famoso gol annullato a Cannavaro la domenica precedente. Noi del Perugia eravamo più liberi mentalmente, non avevamo quasi nulla da perdere, mentre tra le fila bianconere serpeggiava una certa tensione. Giocammo un buon primo tempo conclusosi a reti inviolate. A Perugia splendeva un sole estivo, ma al rientro in campo dopo l’intervallo scoppiò un violentissimo acquazzone che in breve tempo rese il manto di gioco un acquitrino. Collina, dopo una lunga attesa, decise di far proseguire la sfida e, quasi a i titoli di coda, sfruttai una respinta corta di Conte sugli sviluppi di una punizione di Rapajc, controllai di petto la sfera all’altezza del dischetto battendo Van Der Sar con un destro forte e angolato. Tutti ricordano la mia prodezza, ma non bisogna dimenticare che la Juve, in dieci per l’espulsione di Zambrotta, ebbe tantissime occasioni da rete che non si concretizzarono anche per la bravura del nostro Mazzantini…”

A distanza di vent’anni esatti il duello in ottica scudetto si ripropone: ammesso si torni a giocare, chi vede favorita tra Juve e Lazio?

“In primo luogo mi auguro che si possa finalmente tornare a giocare, la ripresa del campionato rappresenterebbe un bel segnale per tutto lo sport: chi di dovere dovrà fornire tutte le garanzie di sicurezza affinchè ciò avvenga. Fare un pronostico in chiave scudetto non è facile, bisogna tener conto del fatto che le squadre vengono da un lungo periodo di inattività e riprendere a giocare non è semplice. In ogni caso credo che la Juve goda ancora dei favori del pronostico potendo disporre di una rosa più ampia, un fattore che potrebbe rivelarsi decisivo in vista delle ultime dodici partite. Ma attenzione alla feroce determinazione della Lazio: la squadra di Inzaghi, che fino allo stop aveva fatto benissimo, vede vicino un obiettivo non contemplato ai nastri di partenza e venderà cara la pelle pur di conseguirlo”.

Il suo giudizio sulla Lazio di Inzaghi…

“L’allenatore biancoceleste ha svolto un lavoro molto importante in simbiosi con la società che è intervenuta in modo intelligente garantendo al mister una squadra ancora più competitiva degli scorsi anni. Il gruppo è cresciuto molto sotto il profilo della personalità, penso a uno come Acerbi, l’emblema di una Lazio votata al sacrificio. Poi c’è Leiva, importantissimo a livello tattico, oltre ai soliti noti come Immobile, Luis Alberto e Milinkovic, campioni in grado di fare la differenza sempre insieme alla crescita esponenziale di Correa. Anche le alternative sono importanti: i vari Parolo, Cataldi e Caicedo rappresentano una garanzia; Strakosha, infine, è cresciuto molto tra i pali. Una squadra completa, insomma, capace di recitare qualsiasi spartito”.

Nella sua lunga carriera ha incrociato le piste di straordinari attaccanti: chi l’ha messa più in difficoltà?

“I più forti, senza dubbio, il brasiliano Ronaldo e Van Basten. Il primo Ronaldo era veramente imbarazzante, coniugava in modo incredibile tecnica e rapidità di esecuzione, non lo prendevi mai… L’olandese del Milan è stato un altro incredibile interprete del ruolo, a dispetto delle leve lunghe era dotato di una classe sopraffina e mi affascinava molto per eleganza e furore agonistico. Fui l’ultimo a marcarlo in campionato in un Udinese – Milan prima del suo fatale infortunio alla caviglia che lo costrinse a ritirarsi a soli 28 anni. Poi ho avuto l’enorme privilegio di giocare insieme a un campione come Roby Baggio, talento unico dentro e fuori dal campo dove esibiva grande umiltà. Ma quello che mi mandava ai matti era Evair dell’Atalanta: non ti dava punti di riferimento, si muoveva ovunque e non riuscivo a contenerlo. Poi un certo Batistuta, altro cliente scomodo…”

Quanto è cambiato il suo calcio rispetto a quello odierno?

“Da allenatore, a mio avviso, il calcio è cambiato profondamente, si pone sempre più l’accento sul concetto di squadra a discapito dell’individualità; ai miei tempi erano i campioni che si prendevano la squadra sulle spalle, oggi non è più così. Fatte poche eccezioni (Ronaldo e Ibra), manca in mezzo al campo quella figura carismatica cui la squadra può aggrapparsi nei momenti difficili. E’ un calcio diverso, penso alla novità della Var, strumento importante che però non ha risolto tutti i problemi”.

Che emozioni prova stando in panchina?

“Il calcio è la mia vita, sono già tanti anni che alleno e ho maturato una buona esperienza da questo punto di vista. Cerco di mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenze al servizio dei club con cui lavoro. Mi piace, in particolare, insegnare football alle nuove leve, lavorare con i giovani è molto stimolante, del resto sono loro il futuro del nostro movimento e vanno educati e coltivati nel miglior modo possibile; per il resto continuo a studiare e aggiornarmi, l’ultima esperienza a Terni non è stata particolarmente fortunata, ma sono pronto a ripartire con maggiore entusiasmo”.

Libero Marino

Esperienze lavorative: Provincia, Ciociaria Oggi, CittaCeleste e LazioPolis

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