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Lazio-Maiorca: 21 anni fa Roma abbracciava la prima Coppa europea

Non era ancora l’alba del 19 maggio del 1999 e colui che vi scrive era un ragazzo poco più che ventenne che con grande incoscienza partiva da Terracina e si dirigeva all’appuntamento che aveva con il suo amico “Casko” per poi dirigersi verso Ciampino. Il volo previsto per le ore 7 avrebbe avuto la durata di due ore circa ed ad accoglierli all’arrivo ci sarebbe stata una città di certo non indimenticabile come Birmingham.

All’arrivo il cielo ovviamente nuvoloso non lasciava presagire la classica gita di fine maggio, l’aeroporto poi era una polveriera perché preso d’assalto da tifosi provenienti dall’Italia e dalla Spagna, tutti però avevano un sogno comune, alzare al cielo la Coppa delle Coppe che da li a poche ore sarebbe stata contesa tra Lazio e Maiorca. La giovane età e la grandezza di quella squadra non permisero allora di assaporare a pieno la storicità di quel momento, anche perché poco più di dodici mesi prima ero già stato a Parigi per un’altra finale europea e quindi in cuor mio avevo la certezza che altre ancora ne avrei vissute.

La mattinata scorre serena nel centro della città tra la marea di tifosi che invadevano i fast food del centro. Il tempo di bere qualche birra, mangiare “uova e pancetta” e di scattare qualche foto, delle quali purtroppo non ho più notizia, ed un pullman preso a caso ci porta verso lo stadio. Il tragitto scorre festoso tra cori e scherzi, ma nemmeno il tempo di rilassarmi che si scende e capisco subito che in Inghilterra il calcio è qualcosa di diverso. Il Villa Park è meraviglioso ai miei occhi sin dall’esterno, ma tutto ciò non può essere confrontato all’emozione di intravedere il campo già dalle scalette. Passo dopo passo mi avvicino sempre più fino al momento in cui capisco di trovarmi a pochi passi dal terreno di gioco con i calciatori a pochi metri dei quali potevo notare ogni singola smorfia. Arrivo al mio posto, è proprio dietro la porta alla fila 3, prendo la mia casacca bianca da indossare al momento della coreografia e iniziamo una lotta con gli stewards che invitano a vedere la partita da seduti. Non se ne parla nemmeno, si sta in piedi e si canta da li sino a fine partita.

Mancavano più di due ore alla partita, ma in un batter d’occhio l’arbitro fischia l’inizio ed io quasi non me ne rendo conto. La sicurezza di portare a casa il trofeo che durante questo viaggio non mi aveva mai abbandonato supera ogni limite al 7′ minuto quando Pancaro lancia dal centrocampo un pallone alto al limite dell’area di rigore per Vieri che, già fasciato e grondante di sangue per uno scontro avvenuto pochi minuti prima, colpisce il pallone di testa. Io sono in posizione privilegiata dietro la porta di Roa e intuisco prima di altri che la palla sarebbe entrata. La parabola è perfetta il portiere degli spagnoli non può nulla, siamo in vantaggio e nella mente di un laziale spavaldo e fin troppo giovane il pensiero è uno solo: “E’ fatta!!!”.

Ad oggi mai farei la stessa cosa anche perché passano solo tre minuti ed arriva il pareggio di Dani. Il mio ottimismo non viene scalfito dal gol degli avversari, ma col passare dei minuti qualche certezza mi viene meno. Nella ripresa il Maiorca che attacca sotto la nostra curva e più di qualche timore mi sorge. Ogni pallone mi sembra potenzialmente pericoloso, la Lazio stenta a dimostrare quella superiorità su cui io avrei ciecamente scommesso. Il gol non arriva, ma nemmeno le occasioni, a rivederla oggettivamente non giochiamo una partita memorabile fino a quando arriva il momento che cambia le sorti della storia sportiva di Roma.

Mancano meno di 10′ minuti al termine e la squadra sembra stanca, finalmente Almeyda riesca a trovare Salas libero nella metà campo offensiva. Il cileno si gira e con il sinistro serve Vieri al limite dell’area di rigore. Tutti urliamo tira e Bobo si mette la palla sul sinistro e prova…. rimpallato….  la palla però si alza a campanile, ma il difensore in maglia rossa è decisamente in vantaggio. Ma Bobo ci prova, cerca di disturbarlo, ci riesce, la respinta è corta e debole, la palla va verso uno con la maglia gialla, è biondo ed ha la chioma fluente. Tra me e me penso: “è troppo alta per tirare”. Il biondo però ci crede, ci prova e ci riesce, non lascia nemmeno rimbalzare la sfera perché altrimenti non avrebbe avuto più il tempo. E’ gol e lo ha segnato Nedved!!!

Manca poco, il mio ottimismo mi porta a pensare di nuovo positivo. Magari si scoprono e facciamo il terzo… macché!!!

Il Maiorca a testa bassa prava a mettere palloni in area, ma loro attaccano sotto di noi ed ogni pallone che prova a dirigersi verso la porta è respinto oltre che da Nesta anche dai nostri fischi disumani. L’ultimo tentativo è un cross da metà campo, arriva Marchegiani, la prende la porta al petto e non c’è più tempo per togliere la Coppa delle Coppe alla Lazio.

Nel momento in cui Nesta alza il trofeo al cielo cambia la storia calcistica di Roma che finalmente abbraccia il suo primo trofeo europeo e d’un tratto diventano ridicoli e puerili tutti quei i tentativi di trasformare una di quelle coppette che da bambino ti comprano alla fiera nella coppa che hai visto in casa di tuo cugino e che tanto avresti voluto averla tutta per te.

Quello che ad oggi mi rimane di quella esperienza è la consapevolezza di aver assistito ad un evento storico, memorabile da tramandare alle generazioni future che per sempre avranno la reale consapevolezza che la più grande e titolata squadra di Roma è la S.S. Lazio 1900.

Augusto Sciscione

Nato a ottobre del 1977 sotto il segno della bilancia. Laureato in Giurisprudenza esercita la professione di avvocato. Ama lo sport in generale, ma le sue grandi passioni sono la pallacanestro e la Lazio. La prima gara vissuta da spettatore allo Stadio Olimpico è stata Lazio-Taranto che terminò 3-1 e riporto la Lazio in Serie A. Ha vissuto gli anni d'oro della Lazio di Sven Goran Eriksson ed il giocatore a cui è rimasto più legato è il Cholo Simeone. Ama i cani ed al momento ne possiede uno di nome Gazza.

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