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Calcio, virus e protocolli: in Germania si riparte, in Italia si aspetta. Quali sono le differenze?

Il “Modello Italia”, più volte sbandierato dal presidente del consiglio Giuseppe Conte nelle sue conferenze stampa nel corso di queste ultime settimane, si può considerare un esempio da seguire per risolvere la diffusione del Coronavirus?

Per certi aspetti si, visto che siamo stati il primo paese europeo ad iniziare la battaglia contro il virus e di certo non è stato semplice decidere quale strada percorrere per limitare i danni. Un percorso lungo e pieno di insidie, con gli attuali 218.000 casi di contagio e più di 30.000 morti. Gli ospedali hanno sfiorato il collasso, in Lombardia lo hanno raggiunto. Di sicuro il virus ci ha colto impreparati e, forse, in alcune situazioni e in alcuni contesti, si poteva intervenire in anticipo senza farsi cogliere di sorpresa.

Chi ha, certamente, tratto vantaggio da questa situazione sono state le altre nazioni europee, che hanno avuto modo di osservare, anche per settimane, cosa stava succedendo nel nostro paese e hanno potuto, in un certo senso, organizzarsi al meglio e per tempo. La Germania, per esempio, in questo momento conta quasi 170.000 casi, ma i decessi sono di gran lunga inferiori rispetto all’Italia: infatti il valore si attesta a poco più di 7000 unità. Germania è, inutile ricordarlo, sinonimo di efficienza: dalla raccolta rifiuti all’incredibile decoro urbano, fino al semplice funzionamento di ogni cosa. I tedeschi affrontano pioggia, neve e freddo come fenomeni ordinari, a Roma invece un temporale rappresenta, troppo spesso, una sorta di problematica irrisolvibile. La perfezione tedesca è, di fatto, una conseguenza degli strumenti e delle risorse economiche a disposizione, rispetto a quelle che ci sono in Italia.

Ecco perché, ovviamente, in Germania sono già pronti a ripartire con il calcio. Il presidente dell’UEFA, Ceferin, ha prontamente e pubblicamente elogiato i tedeschi, definendoli un esempio luminoso per tutti. Ma un conto, è giusto sottolinearlo, è decidere di ricominciare con 7.000 morti e con ospedali all’avanguardia; un altro è avere 30.000 decessi e strutture sanitarie costrette addirittura a chiedere “asilo” all’estero per i propri pazienti.

Fatto sta, comunque, che la Bundesliga ripartirà, a porte chiuse, il 16 maggio, in un clima di sostanziale certezza, al contrario di quello che si sta verificando in Italia. Da ieri le squadre del massimo campionato tedesco sono in quarantena presso strutture alberghiere lussuose, in attesa della gara di sabato prossimo. I tamponi sono già stati eseguiti e quindi è stata accertata la negatività degli atleti. La quarantena sarà rigida, i calciatori dovranno adattarsi a fare tutto: pulizie, cambio biancheria della camera e del bagno, servirsi da soli ai pasti preparati dai cuochi dei club. Saranno 7 giorni di isolamento senza contatti con l’esterno, mentre, successivamente alla gara, si tornerà a casa, rispettando le regole comuni, ma sottoponendosi per due volte a settimana a test scrupolosi. In caso di positività di un individuo, si procederà all’isolamento senza coinvolgere il resto della squadra. Questo è il protocollo tedesco per ricominciare, ritenuto dal governo italiano insufficiente perché non azzera completamente i rischi di contagio.

L’Italia si è già scottata e non vuole correre rischi: basterebbe un nulla per riaccendere un focolaio che potrebbe compromettere il sistema sanitario. Gli esperti non si fidano e sono più attendisti, molto probabilmente si vedrà l’evoluzione dei contagi nei prossimi 10 giorni e dal 18 maggio, se tutto filerà liscio, si ripartirà con gli allenamenti collettivi. Il governo italiano apre dunque al calcio e all’eventuale ripartenza della Serie A, ma a piccole dosi, facendo un passo alla volta. Nel caso in cui le statistiche lo permetteranno, le squadre, l’allenatore e tutto lo staff, verranno trattati come una famiglia che si mette da sola in una specie di clausura. Si apriranno le porte dei centri sportivi e si entrerà tutti negativi, si faranno 15 giorni di allenamenti e poi si potrà fare un ulteriore passo verso la ripresa, sempre che la curva dei contagi non inverta il suo andamento. Questo è il modello italiano in attuazione per il calcio.

L’idea tedesca di continuare fin quando non si trova un positivo, invece, non viene ritenuta assolutamente congeniale e, per questo, qualcuno ha paventato addirittura l’idea di fare un mega ritiro di 3 mesi fino alla conclusione del campionato.

L’Italia sta alla finestra, in attesa di vedere quale impatto avranno le misure prese dagli altri governi nel mondo del calcio. Le strategie, messe a confronto, presentano differenze non riconducibili ad un modo di pensare o ad una cultura diversa, ma sono una semplice conseguenza degli strumenti a disposizione per combattere questa guerra.

In fin dei conti, il proverbio recita: “Chi ha la salute, ha speranza e chi ha la speranza ha tutto”. Se pensiamo, quindi, che il nostro ministro della Salute attuale si chiama Speranza, siamo, di fatto, già un passo avanti…