ESCLUSIVA – Giannichedda: “Nessuno si aspettava una Lazio a questi livelli, la squadra biancoceleste dovrà ritrovare l’entusiasmo che aveva prima dello stop”

Giuliano Giannichedda è stato un bell’esempio di lazialità. L’ex centrocampista ha indossato la maglia biancoceleste per circa un lustro (2001-2005) impreziosito dalla conquista della coppa Italia nella notte magica di Torino quando le reti di Corradi e Fiore consentirono alla banda Mancini di centrare il quarto trofeo della sua storia. Giannichedda ha fatto breccia nel cuore dei tifosi grazie a una singolare abnegazione, a quel lavoro instancabile e prezioso nella zona nevralgica del campo “a recuperar palloni”, parafrasando una celebre canzone nostrana. Un professionista esemplare, corretto e anche capace, all’occorrenza, di ricoprire ruoli non propriamente suoi come accadde nella famosa notte della Befana del 2005 quando Papadopulo (all’esordio sulla panchina laziale), complici le tante assenze, lo piazzò davanti alla difesa vincendo un derby memorabile, quello dell’attesissimo ritorno di Di Canio. L’importante parentesi a Roma fece da prologo al suo passaggio alla Juventus (i colori bianconeri nel suo destino: bianconera era la squadra che lo ha svezzato calcisticamente, il Sora, così come l’Udinese che ne segnò il battesimo nella massima serie). Una carriera importante, condita anche da qualche gettone in Nazionale. Con la maglia azzurra dell’Under 23 condotta da Marco Tardelli (Bari, 1997), inoltre, si tolse lo sfizio di vincere i giochi del Mediterranneo. Archiviato ormai da tempo il calcio giocato (l’ultima parentesi a Livorno prima del definitivo congedo) Giannichedda è tornato protagonista nelle rinnovate vesti di allenatore. Dal luglio del 2019 la Lega Nazionale Dilettanti gli ha affidato la guida della Rappresentativa di serie D. Alle nostre domande Giannichedda risponde con la stessa puntualità che esibiva in fase di interdizione al cospetto di grandi campioni.

Partiamo dalle polemiche delle ultime ore circa la ripresa dei campionati: lei, uomo di sport a tutto tondo, che giudizio si è fatto in proposito?

“Prendere una decisione non è facile. Stiamo assistendo al braccio di ferro tra il Governo e la Lega, che sta premendo affinchè il calcio si rimetta in moto. Credo che la decisione finale finirà inevitabilmente per deludere qualcuno ed è comunque destinata a lasciare strascichi; il problema vero, a mio giudizio, non riguarda tanto la corsa al titolo quanto la lotta per non retrocedere e la rincorsa alla Champions. In ballo, oltre al prestigio, ci sono tanti soldi e ognuno cerca di salvaguardare i propri interessi. Ripartire non è semplice, il calcio è un’industria che veicola tantissimo denaro, il problema non sono tanto gli allenamenti – dove i giocatori sono monitorati continuamente – quanto le prestazioni domenicali. Detto questo, una decisione va presa subito, con fermezza, anche per consentire di programmare nel modo migliore la prossima stagione”.

A fermare la corsa della Lazio ci ha pensato fatalmente il Coronavirus: ammesso che si riparta, come vede la Lazio nella rincorsa al titolo?

“Prima della sosta forzata la Lazio, nonostante il punto di ritardo e lo scontro diretto a Torino, era per me leggermente favorita per lo scudetto anche perchè la Juve, come sappiamo, aveva l’assillo della Champions, competizione che ti sottrae tante risorse fisiche e mentali. La squadra biancoceleste dovrà ritrovare quell’entusiasmo che ne aveva accompagnato il cammino prima del fatidico stop. I due mesi di inattività rischiano di pesare non poco a livello psicologico, bisognerà vedere come i ragazzi di Inzaghi reagiranno sotto questo profilo. Ovvio che le possibilità in ottica scudetto non sono svanite, ci vorrà comunque un’impresa.”

Nella straordinaria stagione della Lazio quanti meriti attribuisce al suo amico Inzaghi e alla società?

“Francamente nessuno si aspettava una Lazio a questi livelli, sapevamo che Simone aveva a disposizione un organico all’altezza, con un centrocampo (insieme alla Juve) tra i migliori in Europa. Credo che i meriti vadano equamente divisi: Simone ha fatto un lavoro incredibile, riabilitando giocatori come Cataldi e Caicedo, spesso sottovalutati e capaci invece di riscattarsi alla grande. Quanto alla società, è innegabile che Lotito e Tare abbiano fatto bene, tenendo in rosa i giocatori più importanti e investendo in maniera intelligente; l’unico neo è rappresentato dall’Europa, un contesto particolare lontano da quello italiano, ma sono sicuro che la squadra crescerà anche da questo punto di vista”.

Quale giocatore le ha rubato di più l’occhio durante questa stagione?

“Senza dubbio Luis Alberto. Lo spagnolo aveva già mostrato grandi cose in passato ma la stagione in corso lo aveva definitivamente consacrato: al di là del suo indubbio bagaglio tecnico, è una pedina fondamentale nello scacchiere di Inzaghi, rivelandosi molto funzionale alla squadra anche in fase di copertura e sacrificandosi non poco. Ho letto che si è da poco legato alla Lazio per altri anni e questa è un’ottima notizia per i tifosi”.

Lei ha indossato la maglia biancoceleste in un momento particolarmente delicato della storia del club: il ricordo più bello della sua parentesi capitolina?

“Vero, la Lazio era reduce dall’epopea cragnottiana, quando arrivai a Roma si era appena chiuso un grande ciclo e c’era la necessità di voltare pagina tra mille difficoltà. Nonostante tutto conservo dei ricordi bellissimi, la Lazio mi ha dato tanto e sono rimasto molto legato alla città dove attualmente vivo. Se proprio devo scegliere il momento più bello penso al trofeo alzato a Torino davanti a 10.000 tifosi laziali: una notte da brividi, il Delle Alpi sembrava l’Olimpico…”

Dismessi i panni di calciatore, si è cimentato nel ruolo dell’allenatore: lei, che ora allena i giovani di serie D, quanto ritiene sia importante attingere dai vivai?

“Ho maturato alcune esperienze che, nonostante tutto, mi sono servite a farmi capire tante cose arricchendo il mio bagaglio di conoscenze; nel calcio non si finisce mai di imparare. Quanto alla Rappresentativa di serie D, ho accolto con entusiasmo l’invito della Lega Nazionale Dilettanti che mi ha investito di una responsabilità enorme. Lavorare con i ragazzi è impagabile, abbiamo il dovere di coltivarli bene, sono loro del resto il futuro del nostro movimento. Purtroppo da noi esiste un problema di mentalità, spesso facciamo credere a un ragazzo di essere già arrivato a 14 anni ma non è così; per raggiungere certi livelli servono testa, cuore e sacrificio, prima ancora delle doti tecniche. Dopo l’emergenza del Coronavirus spero che le società puntino finalmente sui nostri giovani, abbiamo in casa tanti talenti e disperdere questo prezioso patrimonio sarebbe imperdonabile”. 

A proposito di Nazionale: crede che Mancini sia l’uomo giusto per rilanciare l’Italia ai prossimi Europei?

“Il Mancio è una garanzia e da quando siede sulla panchina azzurra non ha sbagliato nulla. E’ un tecnico internazionale, che sa di football come pochi, poi è dotato di una forte personalità e non fa figli e figliastri, cosa importantissima per chi gestisce un gruppo come la Nazionale che ha riportato a certi livelli restituendole grande entusiasmo. Credo che con lui l’Italia possa fare davvero bene, i presupposti ci sono tutti, speriamo bene…”

Libero Marino

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