ESCLUSIVA – Gregucci: “Fascetti è stato come un padre. Inzaghi sta facendo un lavoro straordinario. Avrei voluto chiudere la carriera alla Lazio, mi sono pentito di essere andato via”

Nella stagione 1986/87 la Lazio acquista Angelo Adamo Gregucci dall’Alessandria, allora di proprietà di Calleri. Pugliese, di San Giorgio Ionico (in provincia di Taranto), dove nasce il 10 giugno 1964, ha iniziato la sua carriera nelle giovanili del Taranto che militava in Serie C1. Alla Lazio resterà per sette anni, totalizzando 187 presenze e 12 goal, per poi proseguire la sua carriera al Torino per una sola stagione. Gli ultimi 3 anni da calciatore professionista li trascorse, infine, alla Reggiana.
La redazione di NoiBiancocelesti.com, ha inteso contattarlo per un’intervista, ricordando le emozioni e i sentimenti che lo continuano a legare alla nostra Lazio.
Angelo arrivi alla Lazio nell’estate 1986, con Fascetti allenatore e la notizia che la squadra è stata retrocessa in serie C. Una sentenza che viene poi tramutata nei famosi 9 punti di penalizzazione in Serie B. Tu sei, e rimarrai per sempre, per i Laziali, uno degli “eroi dei meno 9”, e, di conseguenza, non posso non partire da questa domanda: quali sono i tuoi ricordi, partendo dalle tue sensazioni, in merito all’arrivo nella capitale
“La Lazio veniva da un’estate in cui, dopo molti anni, veniva coinvolta dallo scandalo del “Calcio Scommesse”. La società era stata acquistata da Calleri, con Eugenio Fascetti sulla panchina e aveva comprato giocatori come Terraneo, Pin ed il compianto Giuliano Fiorini. Mentre eravamo in ritiro a Gubbio ci giunse  la notizia della retrocessione, che dopo qualche giorno si tramutò in una penalizzazione pesante di 9 punti. In un campionato che, a quei tempi assegnava i due punti per la vittoria, era una specie di seconda condanna.”
Cosa successe dopo?
“Ricordo che il mister ci fece riunire in un sottoscala dell’albergo in quel ritiro, ci disse che la situazione era quella, che da professionista lui non si sarebbe tirato indietro e ci pose la domanda che è rimasta alla storia: “Chi non se la sente di affrontare quest’anno, può uscire e andarsene”. Io ero un giovane ragazzo venuto dalla provincia, sono stato subito battezzato con l’acqua secca (ride, ndr), mi affidavo a chi era più esperto di me. A Giuliano Fiorini, alla vecchia guardia. Ci fissammo tutti negli occhi, in silenzio. Era la prima volta che ci conoscevamo e tutti rimanemmo in quella stanza. Nacque in quel momento quella squadra indimenticabile…”
Cominciò la stagione e subito una sconfitta con il Messina in casa..
“Quel giorno lo stadio era pieno e noi carichi perché partiva la nostra rincorsa verso la salvezza. Forse, però, eravamo troppo carichi: il furore agonistico ci annebbiò i pensieri e perdemmo quella partita. E di colpo i punti da recuperare divennero 11. Ma la situazione psicologica era quella peggiore, perchè era come se avessimo, continuamente, una spada di Damocle sulle nostre teste”
Come si sviluppò quella stagione?
“Più passava il tempo e più quella squadra diventava affiatata. Rappresentavano la prima squadra di Roma, la Lazio non doveva sparire. Ci trovammo, dopo metà stagione, a vedere la luce, addirittura a pochi punti dalla zona promozione. Poi mollammo un po’ la concentrazione, e una batosta dopo l’altra perdemmo con l’Arezzo in casa e poi un altra sconfitta a Pisa. Fino alla partita decisiva contro il Vicenza: a loro bastava il pareggio per salvarsi..”
Cosa ricordi di quel giorno?
“Ricordo lo stadio pieno, stracolmo, e che il loro portiere titolare si fece male un paio di giorni prima del match. La sua riserva, però, fece la partita della vita: paro’ l’impossibile, sembrava la Dea Cali’. Tirammo 30 volte in porta, poi, a cinque minuti dal termine, il goal di Giuliano e quel boato interminabile: non ho mai più sentito una cosa del genere. E poi le sirene delle ambulanze, per la gente che si sentiva male per l’emozione.”
Angelo, però non era ancora finita: c’erano gli spareggi di Napoli…
“Siamo arrivati a Napoli sull’onda emotiva del goal di Giuliano. Avevamo un popolo alle spalle che ci spingeva. Eravamo una cosa sola noi, il mister e la nostra gente unica. Siamo riusciti a compiere un miracolo sportivo. Alla fine di quella partita non avevamo la forza di festeggiare, totalmente stremati sul piano psicofisico. Un anno vissuto così è stato come averne vissuti cinque tutti insieme. Quella squadra sarà ricordata per sempre come quella che ha fatto da spartiacque nella storia della Lazio. Grazie a noi è arrivata la squadra di Cragnotti e poi quella di oggi, con il sogno scudetto e i trofei vinti.”
Sei stato un calciatore importante e ora sei un allenatore. Ti chiedo, dunque, che genere di mister era Eugenio Fascetti e quali erano i tuoi rapporti con Materazzi e, in seguito, con Zoff?
“Mister Fascetti lo considero come un padre. Sono arrivato a Roma giovanissimo, ma mi ha subito schierato titolare, rischiando, in un momento così delicato, di fare una scelta che poteva portare al disastro. ;a si è fidato della mia generosità e del mio entusiasmo, ed io per lui mi sarei gettato addirittura nel fuoco.Fascetti lo considero importantissimo per la mia carriera da calciatore, così come lo sono stati Materazzi prima e Zoff in seguito, che mi diede anche la fascia da capitano. Tutti loro, cosi come Mondonico che ho avuto a Torino, sono stati fondamentali per la mia carriera da calciatore prima e da allenatore poi.”
Gregucci era un giocatore moderno, alto ma non lento, molto agile e abile in marcatura e nel colpo di testa: qualità che hai sfruttato anche in zona goal. Hai giocato negli anni d’oro della Serie A, marcando giocatori del calibro di Maradona e Van Basten. Hai un aneddoto per i nostri lettori?
“Quegli anni in Italia giocavano i migliori top player al mondo. Come dico spesso ai miei giocatori, ogni domenica dovevo marcare un pallone d’oro. Anche le squadre di media o bassa classifica avevano campioni nelle loro fila, come Zico, Dirceu ecc.. Ricordo l’ultima vittoria della Lazio a San Siro, prima di quella di questo campionato, contro il Milan: giocavamo contro la squadra di Sacchi che sconfisse cinque a zero il Real Madrid. Dopo l’Autogol di Maldini, il Milan degli olandesi ci prese a pallonate, ma vincemmo comunque.. Per la Lazio, dopo quella vittoria, ci fu una sorta di maledizione, visto che non riuscì ad espugnare mai più il Meazza contro il Milan in campionato, fino a quest’anno…”
Sei stato capitano della Lazio allenata da Dino Zoff, che annoverava giocatori come Signori e Gascoigne. Che ricordi hai di quella squadra?
“Era la Lazio di Cragnotti, si cominciavano a intravedere le potenzialità enormi di quella squadra. Ne ero diventato il capitano e siamo tornati in Europa dopo tanti anni. Poi successe che dopo aver sofferto per una brutta pubalgia ,ho faticato per riprendermi il mio posto al centro della difesa e non sentivo più solida la mia figura da leader. La squadra aveva cominciato ad acquistare difensori giovani, promettenti e stranieri, tutti nel mio ruolo.”
Hai quindi deciso di lasciare la Lazio…
“Avrei voluto terminare la carriera nella squadra del mio cuore, dove ero arrivato da ragazzino ed ero diventato un uomo, ma per orgoglio ho fatto quella scelta. Avevo 30 anni, non ero un giocatore finito, ma in seguito me ne sono pentito: sarei dovuto restare. Anche se quell’anno a Torino fu splendido, giocai una delle mie migliori stagioni. Arrivammo in semifinale di coppa UEFA. Pensa che l’unico goal che ho fatto in quella stagione, l’ho segnato proprio contro la Lazio. Non volevo nemmeno giocarci contro, e invece segnai a fine partita. Non ci ho capito più niente dopo, ma non ho esultato e alla ripresa degli allenamenti gli ultrà granata mi chiesero delle spiegazioni. Mi dissero che non doveva più accadere, che al prossimo goal avrei dovuto fare le capriole, ed io gli chiesi scusa”
Nel 2001 entri a far parte dello staff di Roberto Mancini alla Fiorentina e inizia con lui un lungo rapporto lavorativo e di amicizia, che ti ha portato a fare esperienze importanti, tra le quali quella in Inghilterra, al Manchester City, in Russia, allo Zenit, per poi finire con la Nazionale Italiana. Ci racconti il tuo rapporto con l’attuale CT azzurro?
“Con Mancini ho un rapporto nato sui campi di gioco. Lo riempivo di calci, ma il gioco era più fisico e lo stesso trattamento era riservato anche gli altri campioni. Ho seguito Roberto a Firenze, successivamente abbiamo condiviso esperienze importanti in Inghilterra e in Russia.. e poi sulla panchina della Nazionale Italiana. Siamo cresciuti insieme, e abbiamo conosciuto culture e modi di fare calcio diversi. Roberto è un amico.”
In campo avevi un carattere generoso,non mollavi mai. Com’è, invece, il Gregucci allenatore, autore di salvezze difficili e del miracolo Alessandria, che è arrivato, qualche anno fa, in semifinale di Coppa Italia contro il Milan?
“Da allenatore cerco di mettere in pratica ciò che ho imparato sul campo e da tutti gli allenatori che ho avuto in carriera. Per riuscire bene devi trasmettere tutto ciò che hai dentro: i valori, le nozioni e le esperienze,. Ho raggiunto salvezze inaspettate e ricordo con piacere l’avventura con l’Alessandria in quella edizione della Coppa Italia, in semifinale insieme alle potenze della Serie A. Non era mai successo in Italia.”
Sogni un giorno di allenare la Lazio?
“Sarebbe il sogno di ogni allenatore,  ma non so se sarei pronto per quel livello. Sicuramente mi piacerebbe rientrare in orbita Lazio, magari a livello giovanile. Un mio obiettivo sarebbe quello di formare un giovane e portarlo a farlo calcare i grandi palcoscenici. Magari un ragazzo delle borgate di Roma che diventi un campione con la maglia biancoazzurra addosso.”
 
Che opinione hai della Lazio attuale e di mister Inzaghi?
“Simone sta facendo un lavoro straordinario. Ha dato un’idea di gioco precisa alla sua squadra, aiutato in questo dalla società che gli ha garantito la giusta continuità e tranquillità. Come Tare, che gli ha messo a disposizione autentici Top Player: parliamo di Milinkovic Savic, di Luis Alberto,di Lucas Leiva e di Immobile, ma anche dello zoccolo duro come Radu e Lulic. In porta Strakosha ha raggiunto livelli impressionanti. Acerbi in difesa è cresciuto tanto, gioca a livelli altissimi, mi rivedo in lui come tipo di giocatore.”
Come pensi si concluderà questo campionato,anche alla luce delle dichiarazioni del ministro Spadafora, che allontanano un’effettiva ripartenza del campionato? E che possibilità, secondo te, potrebbe avere la Lazio di giocarsi lo scudetto con la Juventus?
 
“Non ti saprei rispondere per quanto riguarda la ripresa, mi fido della competenza degli scienziati. Non so se ci saranno le condizioni per tornare a giocare senza alcun rischio. Quel che è certo è che la Lazio era in piena fiducia. Insieme alla Juventus, è senza dubbio la squadra più forte. Se il campionato dovesse ricominciare, la Lazio ce la può fare.”
 
Cosa ne pensi di questa pandemia mondiale de Covid-19? La situazione italiana come la stai vivendo?
“Stiamo vivendo un dramma vero che ha cambiato le nostre abitudini e ha sconvolto le nostre vite. Si sono riscoperti valori importanti, stiamo imparando a non dare per scontato anche le cose più semplici: tornare ad abbracciare i propri cari. ;io padre ha ottanta anni e vive al mio paese ed io non vedo l’ora di vederlo. Spero che gli Italiani rispettino le regole imposte dagli scienziati, s olo così torneremo ad essere il paese invidiato dal mondo.”
Gigi Corino, in una recente intervista concessa al nostro sito, mi ha detto: “Se dovessi morire domani, vorrei la maglia della mia Lazio addosso”. Cosa significa il termine “Lazialita’ per Angelo Gregucci?
“Mi fa piacere quello che ha detto Corino, appena è attivato alla Lazio, ho cercato di trasmettergli quello che ho io dentro. E’ stata una sorta di staffetta, che a me hanno passato laziali storici come Bob Lovati, Giancarlo Oddi e Mimmo Caso. La Lazialita’ è il fulcro della nostra esistenza. La nostra è diventata una generazione di grandi Laziali. Sarei contento se tra tanti anni, se la Lazio dovesse vincere coppe e scudetti, la formazione dei meno 9 possa continuare a rappresentare, per il popolo Laziale, lo spirito indomito che da sempre ci contraddistingue dagli altri. Quel boato di Lazio-Vicenza e quella squadra saranno per sempre unici….”