ESCLUSIVA – Diaconale: “La Lazio si batte per la regolare conclusione del campionato. Auspico prevalga la linea di buonsenso del presidente Gravina”. E sulla “Lazietta”…

La Lazialità secondo Arturo Diaconale. Il responsabile della comunicazione della Lazio (l’investitura risale al 2016) si concede ai nostri microfoni raccontando la sua passione per i colori biancocelesti. Una chiacchierata interessante nella quale Diaconale indugia sull’attualità senza tuttavia disdegnare un po’ di dolce amarcord rivendicando con orgoglio il suo amore per la prima squadra della Capitale. Giornalista dal corposo curriculum (ha collaborato, tra gli altri, anche con Indro Montanelli), non si sottrae alle nostre domande cui risponde con la schiettezza che lo contraddistingue.

Signor Diaconale, l’attività è ferma ma le polemiche continuano a tenere banco: vogliamo fare un po’ di chiarezza dopo le schermaglie dialettiche degli ultimi giorni?

“La Lazio, attraverso il suo presidente Lotito, sin dall’inizio si è battuta per la regolare conclusione del campionato anche perchè l’interruzione del torneo potrebbe provocare da un lato delle perdite economiche significative che inciderebbero fatalmente sui bilanci delle società; in secondo luogo si innescherebbe una coda di contenziosi giudiziari destinati a turbare il campionato successivo. Di qui la necessità di proseguire la stagione in corso naturalmente nelle condizioni di massima sicurezza. La Lazio ha il diritto di giocarsi le sue possibilità in chiave scudetto. Questa è la mia posizione rispetto alla quale ho dovuto replicare a polemiche strumentali. Mi auguro che la linea di buon senso adottata dal presidente Gravina riesca a prevalere sulle resistenze di quelli che vorrebbero perseguire i propri particolari interessi. L’auspicio di tutti, calcio a parte, è di ritornare a una vita normale, quella a cui siamo stati violentemente strappati dal coronavirus”.

La squadra come sta vivendo questo momento particolare?

“I ragazzi sono pronti a scendere di nuovo in campo, vorrebbero concludere nel migliore dei modi quel cammino straordinario intrapreso mesi fa, Juventus e Inter permettendo. Arrivare fino in fondo non era facile prima e, ammesso sempre che si torni a giocare, sarà ancora più difficile adesso visto il lungo periodo di inattività. La squadra, lo ribadisco, è comunque pronta a giocarsi lo scudetto fino alla fine senza alcun timore reverenziale.”

Un po’ di amarcord: lei, di origini abruzzesi, come nasce laziale?

“Una passione antica che affonda le radici nella mia famiglia. Mio nonno materno, teramano, simpatizzava per la Lazio e quindi da bambino mi schierai subito a favore dei colori biancocelesti. L’amore per la Lazio scoppiò definitivamente a dieci anni, quando la mia famiglia, per motivi di lavoro, si trasferì a Padova. Il primo impatto con la città veneta non fu dei migliori, nella classe delle elementari ero etichettato spesso come il “terrone” del gruppo. Mi presi la mia rivincita una domenica di dicembre del 1956, l’anno della famosa nevicata, quando la Lazio, al cospetto del Padova del grande Nereo Rocco, sbancò l’Appiani con una magia nella ripresa di “raggio di luna” Selmosson. Ero allo stadio con mio padre e conservo ricordi bellissimi di quella giornata nonostante siano trascorsi tantissimi anni. Da allora non ho più smesso di seguire la Lazio”.

Lei ha vissuto l’età più bella del nostro giornalismo: come vede il “mestiere” oggi?

“Ho avuto modo di maturare molteplici esperienze, lavorare a braccetto con uno come Montanelli è stata un’esperienza straordinaria che mi ha forgiato notevolmente. In ambito sportivo stimavo, tra gli altri, Giorgio Tosatti e Aldo Biscardi. Queste figure oggi sono un po’ scomparse, credo che si avverta sempre di più la necessità di un giornalismo di qualità legato a personaggi capaci veramente di essere liberi; adesso il nostro mestiere si basa più sull’apparenza, l’immagine televisiva ha soverchiato la carta stampata, il mondo della comunicazione è cambiato, fermo restando che anche oggi ci sono colleghi autorevolissimi che onorano la professione”.

Al di là dell’epilogo di questa stagione, come si immagina la Lazio del futuro?

“La società ha avviato da alcuni anni un percorso di crescita, la stagione in corso consentirebbe alla Lazio di compiere quel salto di qualità di cui si è tanto parlato nel recente passato; sia a livello nazionale, qualora dovessimo addirittura vincere lo scudetto, sia a livello europeo dove contiamo di riprenderci quella scena che quest’anno, per un mix di inesperienza e sfortuna, è venuta meno. Sono sicuro che la società sarà in grado di colmare anche questa lacuna allestendo una rosa ancora più competitiva, in grado di lottare su tutti i fronti”.

Tempo fa, sul suo seguitissimo blog di Facebook, inciampò nel piccolo incidente della “Lazietta”: a bocce ferme, ci può spiegare che cosa voleva dire?

“Si trattò, in realtà, di una espressione affettuosa, mi dispiace che qualcuno abbia interpretato male il mio pensiero. Io, laziale da sempre, non intendevo certo denigrare le varie squadre del passato ma solo ribadire che la Lazio, per una sorta di pregiudizio, era stata troppo a lungo considerata una “Lazietta”, alludendo al fatto che l’attuale Lazio voleva entrare nel gotha del campionato italiano, cioè far parte del novero di quei club virtuosi, di testa, anche perchè la Lazio ha una storia gloriosa e antica, è un sodalizio che ha collezionato diversi trofei e due scudetti con un terzo, quello del 1915, ancora in ballo”.

Quali sono i principali segreti della Lazio travolgente di questa stagione?

“Si è creata una straordinaria sinergia tra tutte le componenti. I meriti più grossi sono da attribuire a Lotito e Tare che nel giro di pochi anni hanno restituito al club la dimensione che meritava. Poi, senza dubbio, c’è da sottolineare l’egregio lavoro di Inzaghi (e il suo staff), un tecnico moderno e preparato e anche un motivatore come pochi; l’esperienza di Peruzzi inoltre ha giovato a tutto il gruppo. Insomma, un ambiente unito e compatto pronto a lottare per traguardi importanti”.

Libero Marino

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