Lazialità, tenacia, innovazione e vittorie: quattro anni fa Simone Inzaghi diventava l’allenatore della Lazio

Il 03 Aprile di quattro anni fa, Simone Inzaghi riceveva ufficialmente l’incarico di allenatore della prima squadra, subentrando al posto di Stefano Pioli, ed esordendo ufficialmente solamente una settimana dopo, in trasferta a Palermo per tornare a Roma vittorioso con il risultato di 0-3, centrando quindi i primi 3 punti della sua lunga serie sulla panchina biancoceleste.

Le vicende inerenti all’ingaggio del “Loco” Bielsa e le vicessitudini legate alla questione della panchina della Lazio nell’estate successiva, si conoscono ormai da tempo. Non si dovrebbe neanche parlare del caso, inteso come fato, per motivare la permanenza di Simone alla guida di questa squadra. Il tecnico piacentino si è meritato la conferma, partita dopo partita. Traguardo dopo traguardo.

Simone Inzaghi è laziale. Dal 1999, seppur con qualche breve interruzione, nel 2005 e nel 2007/2008, ha vestito sempre questi colori. Dapprima come calciatore, poi come allenatore delle giovanili. E oggi siede sulla panchina della squadra che troviamo al secondo posto della classifica di Serie A.

Simone Inzaghi è un innovatore. Fautore della difesa a 3, del pressing alto e del bel gioco. La Lazio con lui diventa una vera e propria macchina da gol, seppur non senza qualche defezione a livello difensivo inizialmente. Ecco alcuni numeri: nella prima stagione, considerata come completa quella 2016/2017, i biancocelesti mettono a segno 74 gol e ne subiscono 51. Nella stagione 2017/2018, la squadra guidata dal tecnico piacentino arriva a realizzare 89 gol (+15 rispetto all’anno precedente) con 49 gol subiti, ancora decisamente troppi per traguardi più ambiziosi, anche se la qualificazione alla fase a gironi di Europa League viene sempre e comunque centrata. Così come nel 2018/2019, quando l’Europa viene conquistata attraverso la vittoria in Coppa Italia contro l’Atalanta di Gasperini. Per giungere, infine, alla stagione attuale, con il campionato sospeso alla 26esima giornata: la Lazio ha ben 62 punti, con 60 gol fatti e “solo” 23 subiti. Non a caso si trova a meno 1 dalla vetta, per altro occupata da una Juventus già battuta per ben due volte nel corso di questa stagione: una in campionato con un sonoro 3-1, ripetuto a Riad, nella finale della Supercoppa Italiana, che consente così ad Inzaghi di conquistare il suo terzo trofeo da allenatore della Lazio.

Simone Inzaghi è un vincente. Oltre alla Supercoppa sopracitata, e alla Coppa Italia vinta contro l’Atalanta, ha centrato il suo primo trofeo a tinte biancocelesti nel 2017: sempre in finale di Supercoppa Italiana, sempre contro la Juventus, in questo caso però battuta solo con il risultato di 3-2, ottenuto in extremis grazie alla zampata di Alessandro Murgia. Senza dimenticare i trofei conquistati in campo, da calciatore, con l’aquila sul petto: lo scudetto del 1999/2000, la Supercoppa Uefa del 1999, le due Supercoppe Italiane del 2000 e del 2009 e le 3 Coppe Italia del 1999/2000, del 2003/2004 e del 2008/2009.

Simone Inzaghi è cresciuto. La fiducia gli viene rinnovata, a ragion veduta, vista la perenne e continua ricerca della perfezione della sua “creatura”, arrivando, sostanzialmente, alla consacrazione in questo campionato, al momento interrotto, come sappiamo, dalla pandemia del CoronaVirus. Fermo restando, dunque, che la stagione attuale non è ancora terminata, è innegabile ed è sotto gli occhi di tutti la crescita esponenziale del tecnico della prima squadra della Capitale e, di riflesso, della squadra tutta. Altri numeri, a conferma di ciò: dal 55,81% di vittorie della stagione 2016/2017 si è arrivati ad un 65,71% di quella attuale (computando, ovviamente, anche l’Europa League e senza tener conto dei pareggi). Un totale di 191 panchine con all’attivo ben 105 vittorie!  Numeri da capogiro, senza volerci soffermarci sul mero aspetto tecnico-tattico e squisitamente matematico.

Simone Inzaghi è un leader. I sui giocatori lo descrivono come un padre, come un amico, come un fratello. Per alcuni, tipo Radu, è stato effettivamente un vero e proprio compagno. L’effetto è immediatamente riscontrabile in campo. Tutti danno l’anima. Le sue urla sono perpetue nei 90 minuti di ogni partita. Instancabile lavoratore e ardente condottiero. Non molla mai. In linea con il consueto e conosciutissimo coro che si leva ogni domenica dagli stadi dove sono presenti tifosi biancocelesti.

Quel “non mollare mai”, può essere, per l’appunto, un coro, una frase, un invito. Ma sopratutto, glielo auguriamo con tutto il cuore in questo quarto anniversario sulla panchina biancoceleste, auspichiamo  che possa essere il leitmotiv che lo accompagnerà per tutta la sua carriera legata a questi colori. Con la sincera speranza che la sua permanenza alla Lazio possa eguagliare quella di Sir Alex Ferguson alla corte del Manchester United.