“Ma poi, alla fine, perché non crederci?”

Può essere soltanto un sogno. Ma poi, alla fine, perché non crederci? Cerchiamo di sdoganare le solite frasi fatte: “Meglio non pensarci”, “Voliamo basso”, “Vediamo cosa succede” e mille altre che somigliano più ad un ragionamento scaramantico che ad un aspetto che evidenzia la concretezza e l’obiettività.
Credo che sostenere che la Lazio attualmente sviluppi il più bel gioco in Italia e, probabilmente, non soltanto nel nostro Paese sia una realtà vera. Analizzando soltanto i dati andamentali delle partite: gol fatti, gol subiti, vittorie e striscia di risultati positivi, Immobile capocannoniere, Luis Alberto assist man. Basterebbe questo per sostenere che la Lazio può farcela, è in grado di farcela. Ed è giusto che il Tifoso ci creda, ci deve credere. Una sorta di obbligo morale nel crederci davvero.
Molte sono le attinenze con la Lazio del 74. Ma quella più evidente è proprio la somiglianza negli atteggiamenti tra Tommaso Maestrelli e Simone Inzaghi. Così diversi nel carattere e nella partecipazione alle gare: la compostezza, il nascondere le proprie emozioni di Maestrelli e le grida, gli incitamenti, il calore, le discussioni di Inzaghi.
Ma in una cosa i due sembrano somigliarsi. L’amore verso i loro giocatori. Gli abbracci, quel modo forte e sincero di trasmettere quel sentimento nutrito verso quei colori del cielo. E che ci consente di usare una parola che difficilmente si riconosce nel lavoro e nella professionalità di tutti i giorni. Famiglia. La famiglia della Lazio.
Allora proprio Maurizio e Massimo, figli di Maestrelli, finita la partita, si precipitavano in campo per giocare, per dare un calcio a quel pallone e sospingerlo dentro una porta. Con i tifosi in trepida attesa che il pallone sorpassasse la linea bianca.
Oggi è Lorenzo, figlio di Inzaghi, che ripercorre quelle sensazioni in un moto di continuità che soltanto la sensibilità del Tifoso della Lazio conosce.
Una sorta di testimone raccolto dalla Storia, percorso dal desiderio di scrivere una pagina nuova.
Può essere soltanto un sogno. Ma poi, alla fine, perché non crederci?
In un momento dove il Paese sta soffrendo per un problema sanitario subdolo ed infimo. Durante un fine settimana che ci vede costretti a non vedere la nostra Lazio. Dove rivedere e rigenerare la parola “vicinanza” per collocarla in uno spazio buio in attesa di poterla riprendere tra noi.
Ci abbracceremo idealmente, alzeremo le braccia al cielo, urleremo la nostra gioia in silenzio ed in solitaria attesa.
Ed allora.
Può essere soltanto un sogno.
Ma poi, alla fine, perché non crederci?

Pierpaolo Gentili

Scrittore, sceneggiatore e regista. Organizza laboratori di scrittura creativa. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “La luna, inevitabilmente, e la vita”, “A testa alta” con Paolo Arcivieri, “Banco...Mat”, “L'amore rende belli” con Fabiola Cimminella, “Calcio d'inizio”. Tra gli incarichi assunti: Responsabile dell’ Ufficio Stampa del Notegen Club, del Teatro al Borgo e dell’ Associazione Culturale “Giano Bifronte”, redattore delle riviste culturali “Orizzonti”, “Versicolori”, Direttore Editoriale della rivista “Supertifo” con Daniele Caroleo. Conduttore radiofonico e opinionista presso emittenti locali, fondatore della rivista “Diffidare dalle Imitazioni”. Regista del film “Quel coniglio è un predatore”, scritto con Federico Rinaldi. Premi vinti: quattro volte segnalato al Premio Internazionale Eugenio Montale, il “Città di Giungano”, il “Premio Tritone”. Il “Premio Mondatori” nel 2018. Fa parte della Giuria del “Premio di letteratura calcistica Gabriele Sandri”.

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