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Il coraggio di Sinisa: “Io sono e sarò ancora qua” E noi, con te. Bentornato Mister!

Sinisa è sempre stato, nell’immaginario collettivo di qualsiasi tifoso lo abbia incrociato sul suo cammino, un guerriero; uno di quelli che fanno paura per la grande determinazione che ha sempre mostrato, in campo e fuori. Personaggio criticato, spesso e volentieri, per le sue posizioni a volte incomprensibili. Si è detto tutto ed il contrario di tutto; dalla politica al calcio, a quel suo strano modo di interagire con i giornalisti. Chi è della mia generazione e tifa Lazio come me, non può non ricordarlo con l’aquila sul petto e, quasi vent’anni dopo, non può essere rimasto indifferente lo scorso 13 luglio, quando il guerriero si è spogliato della sua armatura mostrandosi, forse per la prima volta, fragile e tremendamente debole, come qualsiasi altro essere umano al mondo.

A 4 mesi e mezzo da quella conferenza, oggi Sinisa è tornato a parlare. Un enorme cappello rosso che non ha mai tolto, i segni della malattia che lo hanno segnato, fisicamente e non. Lo sguardo spaurito e la voce tremolante, come un diciottenne di fronte alla commissione d’esame alla maturità. Si scusa con i ‘pochi’ presenti “Avreste potuto essere più numerosi, ma le mie condizioni di salute mi impediscono di stare in una stanza chiusa con troppe persone…” dice, quasi come fosse una colpa. Siede accanto ai medici che in questi mesi si sono presi cura di lui, che lo hanno “supportato e sopportato” come ha scherzosamente aggiunto e che oggi sono lì con lui per spiegare le dinamiche di una malattia complessa da contrastare e, spesso, dura da sconfiggere.

Si racconta a braccio Sinisa, per quasi un’ora, ringrazia tutti: i medici, gli infermieri e si commuove parlando della sua famiglia, di sua moglie Arianna, definendola “L’unica persona che conosco che ha più palle di me” e dei suoi figli che non si sono tirati indietro quando si è trattato di verificare se il midollo osseo fosse compatibile con quello del padre. “Un gesto d’amore nei miei confronti, che non è scontato”, poi suo fratello e sua mamma (che vive in Serbia). E ancora silenzi e lacrime strozzate in gola, in un nodo che tutti abbiamo sentito anche un po’ nostro.

Il guerriero Sinisa ha lasciato spazio all’uomo, al suo dolore ed alle sue fragilità. Ha svestito i panni del supereroe per vestire quelli del paziente leucemico, come ce ne sono migliaia al mondo, che lottano ogni giorno con la sua stessa determinazione. Ed è a loro che va il messaggio di speranza del mister del Bologna: “Voglio dire a tutti i malati di leucemia che non c’è da vergognarsi a piangere, a disperarsi, ma che mai devono perdere la voglia di vivere. In ospedale non mi sono mai sentito un eroe, ma solo un uomo. Forte, che non vuole arrendersi”.

Ha ancora paura, e lo dice senza vergognarsene: “Ne ho tanta, di paura. Nella prima fase della chemio ho perso 13 chili, ora sto riprendendo peso e prendo 19 pastiglie al giorno. Spero di diventare un uomo migliore. Nella mia vita precendente non avevo pazienza. Adesso sì, ora anche prendere una boccata d’aria mi rende felice.” Questo dimostra come nulla è scontato e sì, può apparire retorico e banale, ma vedere come anche un uomo orgoglioso come Sinisa possa trovare il coraggio e la voglia di raccontare la sua sofferenza, il suo percorso e mostrarsi alle telecamere in tutta la sua fragilità, lo rende vero, terribilmente uguale a ciascuno di noi e lo separa dal  il supereroe che ci faceva sognare in campo, ma non per questo, meno speciale agli occhi di chi lo guarda.

La sua malattia ha unito e commosso tutti, nemmeno i suoi giocatori sono voluti mancare oggi in sala stampa, per mostrare ancora una volta l’attaccamento al loro condottiero. È Dzemaili a portargli il messaggio della squadra: “Dire che ci sei mancato è poco, so che non sei contento di noi adesso. Ma siamo felici che sei tornato da noi. Adesso vogliamo renderti felice in campo.” Ed è con queste parole che Mihajlovic torna a vestire i panni dell’allenatore: “So che mi vogliono bene, ma mi aspettavo di più da loro, ho chiesto a tutti il 200 per cento, chi non lo darà farà i conti con me e sanno che non è una cosa bella.”

Bella, anzi, bellissima è l’ondata di affetto che lo ha travolto in questi mesi e che gli ha dato la forza di non mollare ed il coraggio di andare avanti, nonostante tutto, e di resistere. La prima fase della battaglia è conclusa, ma la guerra è ancora lunga. Per potersi dire ‘guarito’ ci vorranno 5 anni, fino ad allora lo spettro della malattia può tornare ad affacciarsi in qualsiasi momento. Lui lo sa bene.

Chiude il suo lungo intervento citando Vasco Rossi: “Io sono ancora qua, e sarò ancora qua”, ed è questo che vogliamo sentirci dire. Ancora qua, pronto a lottare come ha sempre dimostrato di saper fare. E saremo ancora qua tutti noi, pronti a sostenerti e ad incontrarti ancora su tanti altri campi ed a gridare il tuo nome dagli spalti di tutta Italia sapendo, in cuor nostro, che quando tira Sinisa è gol!

Bentornato, Mister!

Micaela Monterosso

Social Media Manager appassionata di calcio, musica e scrittura. Cresciuta con il mito di Beppe Signori e Sinisa Mihajlovic all'ombra dell'Alberone, fino a quando non è crollato. Oggi vivo in Valdichiana, senza miti e con tanti alberi.

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