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Vincenzo Paparelli: la scomparsa di un uomo, il lutto di un popolo

In una classica giornata uggiosa di fine ottobre fu ucciso prima di una partita, un uomo, un marito, un padre di 33 anni, un uomo comune, un lavoratore che si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato. La storia la conoscono in tanti ma in pochi ricordano che quella morte era nell’aria e fu sottovalutata dagli organi di sicurezza e dell’informazione d’epoca.

Nel giugno del 1979 Il Messaggero, pubblicò una serie di interviste a tifosi ultra’ della Roma, tra i quali Giovanni Fiorillo, il ragazzo che ebbe la sciagurata idea di sparare quel razzo che uccise Vincenzo Paparelli. Ebbene “Tzigano” – questo era il soprannome – dichiarò che il suo obiettivo era di uccidere un laziale perché a Roma ci doveva essere solo una tifoseria predominante sull’altra e perché in questo modo, tutte le altre curve d’italia avrebbero avuto timore degli ultra giallorosso. La cosa fu presa come la battuta di un ragazzo esagitato e facinorosi ma gia’nei derby precedenti c’erano stati incidenti pericolosi: non più scazzottate ma veri e propri agguati organizzati da tifosi romanisti contro i laziali.

Nei giorni successivi alla morte di Vincenzo ci fu anche un tentativo di ridimensionare il fatto addirittura incolpando i tifosi laziali di aver provocato l’altra parte con striscioni offensivi che avrebbero poi innescato la reazione della curva giallorossa, omettendo che la premeditazione del gesto era anteriore alle offese perché il famoso tre piedi con il quale si lanciarono i tre razzi, furono lasciati nella notte dentro lo stadio.

La solidarietà nei confronti della famiglia Paparelli fu immediata da parte della città, fu organizzata una partita tra giocatori della Lazio e della Roma mischiati ma l’incasso devoluto interamente alla famiglia Paparelli, non fu altissimo forse perché le persone erano spaventate ancora di tornare allo stadio. Il Conte Vaselli, ex Presidente della Lazio, assunse la vedova Paparelli in una delle sue società. La città in quei giorni era scossa ma non era consapevole di quello che era accaduto dal momento che nei primissimi anni ottanta il coro più odioso della storia delle curve venne intonato dall’intera curva romanista e, badate bene, non da una minoranza per gettare altro sale sulle ferite di una famiglia e di una intera tifoseria.
A questo proposito vorrei ricordare un tifoso laziale dimenticato, si, chiamava Remo Foresi, che morì nemmeno due mesi dopo la morte di Paparelli, ucciso dal dolore di quella morte. Lui si trovava a pochi passi dal luogo della tragedia, vide tutto con i suoi occhi e da quel momento si lasciò andare morendo il giorno di Natale del 1979, una storia che in pochi ricordano o conoscono. Remo era un tifoso iscritto al glorioso Lazio club Vescovio Somalia, e fu una vittima indiretta di quel 28 ottobre.
Nel corso degli anni la situazione è parzialmente migliorata, la curva sud ormai sono anni che non urla quel coro ma ogni tanto qualche scritta sui muri esce sempre fuori dovuta all’ignoranza probabilmente. Significativa fu l’inaugurazione della lapide commemorativa dedicata a Vincenzo Dedica nell’ottobre del 2004 alla presenza anche di una  delegazione di tifosi romanisti e della società giallorossa. Importante fu anche e l’iniziativa presa dal sindaco di Roma dell’epoca Veltroni di intitolare una via a Vincenzo Paparelli.
L’autore dell’omicidio, dopo una latitanza durata 18 mesi, girovagando per l’Europa si consegno ‘alla giustizia italiana e sconto’ un paio di anni, di carcere perché non gli fu riconosciuta la volontarietà dell’omicidio ma la sorte per lui non fu ugualmente clemente:anche lui, distrutto dal rimorso, si lascio andare e morì per overdose nell’estate del 1987 all’isola d’Elba, così come per lo stesso motivo morirono i suoi due complici qualche anno dopo.
Paparelli fu la prima di una lunga serie di vittime di morti allo stadio o fuori da esso a dimostrazione che quella vicenda radicalizzò ancora la violenza negli stadi fino ai giorni nostri anche se l’apice si raggiunse negli anni 80.
Per noi laziali di quella generazione ogni 28 ottobre, ma in realtà quasi ogni giorno, il ricordo di quella tragedia viene rivissuto e non è mai stato metabolizzato, per me quel giorno il calcio smise di essere solo un gioco era diventato altro, anche appartenenza a colori che dovevano ricordare Vincenzo in ogni partita.