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Celtic-Lazio: il resoconto di una trasferta comunque indimenticabile, sognata fin da bambino. Tra emozioni, passione e l’amarezza per il risultato finale

La Scozia è un territorio leggendario. Terra magica, particolare. Terra storica, dove un tempo imperversava un certo Wallace. William, per la precisione. Certamente non Fortuna, Wallace. Anche se di fortuna, in terra scozzese, la Lazio ne avrebbe avuto proprio bisogno.
Scrivo queste poche righe mentre mi accingo, con immensa difficoltà, tra scioperi e ritardi vari, a tornare in Italia, dopo aver seguito, come inviato, la Lazio in quel di Glasgow.
Una di quelle partite che aspetti fin da bambino. E che continui a sognare una volta che sei cresciuto, con i medesimi occhi di quello stesso bambino.
Welcome to paradise” è la scritta che campeggia in ogni angolo del Celtic Park. Ma alla formazione di Simone Inzaghi, questa serata, sarà sembrata più che altro uno dei gironi infernali di dantesca memoria.
Eppure, almeno personalmente, questa esperienza era cominciata sotto i migliori auspici. Non capita di certo tutti i giorni, infatti, di poter sorseggiare un tipico tè locale in pieno centro cittadino, a Glasgow. O di sedersi in uno dei tantissimi pub sparsi un po’ per tutta la città, riparandosi da quel freddo pungente al quale noi italiani non siamo di certo molto abituati.
E non posso di certo non menzionare il viaggio, alla volta dello stadio, in uno dei loro particolarissimi taxi, all’interno spazioso e moderno, ma praticamente immutato nell’estetica esterna, per quel continuo, e certamente suggestivo, richiamo alla tradizione che traspare sostanzialmente ovunque da queste parti. Un viaggio durante il quale l’autista, intuita, ovviamente, la mia fede calcistica ed il motivo del mio soggiorno in quel di Glasgow, ha inteso diffondere, all’interno dell’abitacolo, le note di uno degli inni del Celtic, sorridendo simpaticamente. “Stasera ci sarà il tutto esaurito”, mi dice in inglese, per poi cominciare a parlarmi di Paolo Di Canio (“a very best player”), di Paul Gascoigne (“bad for us”, visti i suoi trascorsi nei Rangers), finendo poi a raccontarmi di Ryan Christie, giovane e talentuosa promessa della squadra, nonché figlio di un altro ex calciatore del Celtic, Charlie.
Giungo poi, finalmente, dinnanzi l’ingresso principale del “tempio” del Celtic. Sono in netto anticipo rispetto al fischio d’inizio della partita, ma volevo godermi ogni singolo istante di questi momenti. Respirando a pieni polmoni l’atmosfera magica di questi luoghi.
Ogni angolo, ogni centimetro di questo bellissimo impianto sportivo, trasuda di storia e di immensa passione. Al suo interno il Celtic Park è un intricato groviglio di scale e corridoi. Un vero e proprio labirinto, a tinte biancoverdi, all’interno del quale, sulle varie pareti, sono appese le fotografie e le immagini più significative di questo club.
L’ingresso in tribuna è stato, a dir poco, mozzafiato. Seppur vuoto, l’impatto emotivo che riesce a donare uno stadio del genere, è sensazionale. Gli spalti colorati di verde, l’enorme scritta “Celtic” che campeggia al centro della tribuna di fronte a me, il manto erboso assolutamente perfetto, i muretti divisori dei vari settori realizzati con il tipico mattoncino rosso tanto in voga da queste parti, soprattutto nei tempi passati, il classico match programme che oggi riporta anche, ovviamente, il simbolo della Lazio.
Non credo di poter riuscire a trovare le parole per descrivere il turbinio di emozioni che ho provato in quei momenti. Immaginando quando, di li a poco, gli spalti si sarebbero riempiti, in ogni ordine di posto, e i tifosi del Celtic avrebbero intonato, a squarciagola, il celebre “You’ll never walk alone”, che avrebbe fatto letteralmente tremare le sovrastrutture poste sopra le nostre teste.
E poi ecco, l’ingresso in campo delle squadre ed il fischio d’inizio della partita. Con il sottoscritto seduto nella minuscola, e particolarmente angusta a dire il vero, tribuna stampa, pronto ad assistere a questa partita. Mentre, davanti a me, si accomoda niente di meno che il leggendario Kenny Dalglish, quasi a voler suggellare ulteriormente la magia di questa serata.
La Scozia, dicevamo. Un territorio che anche l’antico impero romano, nei tempi andati, non riuscì a conquistare, nonostante i numerosi tentativi. All’epoca si chiamava Caledonia. Ma anche ora, che ha cambiato nome, gli assalti delle legioni con l’effige dell’aquila imperiale non sono purtroppo riuscite nel loro intento.
Mentre infatti sugli spalti le due tifoserie presenti si beccano, a suon di cori e striscioni, in continuazione, divise da una rivalità basata soprattutto sulla politica, sul rettangolo di gioco si consuma un’autentica beffa, l’ennesima della stagione, per le truppe capitoline schierate da Simone Inzaghi.
La formazione biancoceleste si trova ad affrontare una squadra aggressiva, che pressa molto alto e che cerca di sopperire alla poca qualità tecnica con la sostanza e l’intensità. La Lazio si difende bene, e poi si porta anche in vantaggio, grazie ad una geniale intuizione di Correa ed al velocissimo Lazzari, che, bruciato il suo diretto avversario, sfrutta al meglio il passaggio filtrante dell’argentino, ed insacca alle spalle dell’estremo difensore scozzese. Il primo tempo si conclude, dunque, con la Lazio in vantaggio, ma nella ripresa, purtroppo, le cose cambiano drasticamente. La formazione biancoceleste avrebbe addirittura la possibilità di raddoppiare e di chiudere i conti, ma il tiro del “Tucu”, dopo un’azione insistita nell’area avversaria, si stampa sul palo. Pochi minuti dopo è il Celtic a trovare il gol del pareggio, proprio con quel famoso Christie di cui tanto mi aveva parlato il mio tassista qualche ora prima.
E’ un pareggio che però alla squadra biancoceleste andrebbe addirittura stretto, ma quando, sul finire del match, Parolo si fa respingere il pallone del nuovo vantaggio, da pochi passi, dal portiere Fortster, e Ciro Immobile spreca malamente un’altra grande occasione ottenuta dopo una bellissima triangolazione con Caicedo, calciando troppo largo, comincia a paventarsi l’ipotesi della beffa. Che infatti si concretizza pochi istanti più tardi, con il gol della formazione di casa, firmato da Julien e realizzato sugli sviluppi di un calcio d’angolo, all’89’, che scatena l’entusiasmo dell’intero stadio (tranne, ovviamente, di quei 1500 sostenitori biancocelesti giunti in terra scozzese e assiepati alla nostra destra). Le speranze di poter riagguantare per lo meno il pareggio, si spengono su un’altra prodezza di Forster, che respinge una gran bordata di Cataldi, da fuori area, diretta sotto l’incrocio dei pali.
Triplice fischio del direttore di gara e partita che si conclude con un’amara sconfitta per la Lazio, che complica, e non poco, le possibilità di passare la fase a gironi dell’Europa League e proietta, invece, la formazione scozzese, in testa al gruppo.
Si esce dallo stadio con tanto rammarico, consapevoli che la prestazione dei giocatori in mezzo al campo non meritava, certamente, un epilogo del genere. Purtroppo però, questi blackout letali della formazione capitolina sono, indubbiamente, degli episodi che si stanno ripetendo frequentemente in questa prima parte di stagione, ed è un aspetto sul quale la squadra dovrà, necessariamente, lavorare molto.
Fuori, di fronte alle statue erette in memoria di quattro tra i più celebri personaggi della storia della squadra biancoverde (Fratello Walfrid, fondatore del club, Jimmy Johnstone, miglior giocatore di sempre, Jock Stein, miglior allenatore, e Billy McNeill, miglior capitano), la temperatura sembra ancora più fredda e pungente del solito. I tifosi locali si riversano festanti per le vie adiacenti lo stadio e noi, completate le interviste e le conferenze stampa post-match, facciamo mestamente ritorno in albergo.
Il giorno dopo la sveglia suonerà presto, in vista del viaggio di ritorno, ma nonostante le emozioni, bellissime ed indimenticabili, vissute, resta certamente l’amarezza per come sarebbe potuta andare ed invece non è stato.
E mentre il mio aereo, giusto per completare l’opera, dopo oltre 7 ore di interminabile ritardo e un dirottamento in Germania, si affaccia finalmente in terra italica e si appresta ad effettuare le operazioni di atterraggio, posso finalmente voltare definitivamente la pagina di questa lunga ed affascinante trasferta al seguito della Lazio. Con la speranza che la gara di ritorno, tra qualche settimana, possa riservare, sul rettangolo di gioco, ben altri risultati alla formazione di Simone Inzaghi.

Daniele Caroleo

Giornalista pubblicista. Tifoso della Lazio. Mi piace lo sport (con una particolare predilezione per il calcio), scrivere e fotografare.

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