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Ferguson o Wenger? No, Simone Inzaghi!

C’era una volta…così iniziano le favole più amate che ci raccontavano da bambini, così inizia la storia di Simone Inzaghi in biancoceleste.

C’era una volta un ragazzo, venuto da Piacenza, nel lontano 1999 alla corte di Sven Goran Eriksson. Nel corso degli anni, con la casacca biancoceleste vince una Supercoppa Europea, tre Coppe Italia, uno scudetto ed una Supercoppa Italiana entrando a far parte della Lazio più bella e vincente della storia recente del club capitolino.

Quando, nel 2010, decide di appendere gli scarpini al chiodo, non riesce a staccarsi dai colori biancocelesti e da quell’aquila che, oltre che sul petto, ormai porta sulla pelle, come una sorta di incantesimo che non riesce a spezzare.

Resta legato all’ambiente Lazio ed è lì che esordisce come allenatore, guidando gli Allievi Regionali conducendoli alla vittoria della Coppa Regionale. Il passaggio agli Allievi Nazionali prima e alla Primavera poi, è fisiologico per Simone che anno dopo anno, acquista credibilità e mette in mostra le sue grandi doti alla guida dei “suoi” ragazzi. Le prime grandi soddisfazioni arrivano sulla panchina della Primavera. Sotto la sua guida, i ragazzi portano a casa due Coppe Italia ed una Supercoppa.

La svolta, arriva nel 2017, esattamente tre anni fa. La Prima Squadra perde rovinosamente il derby e Pioli viene esonerato. Serve un traghettatore, qualcuno che possa salvare una stagione ormai compromessa. Lotito pesca in casa e “promuove” ancora Simone sulla panchina dove, fino a pochi anni prima, era seduto in attesa di entrare in campo e portare la sua Lazio alla vittoria.

Esordisce a Palermo, quel ragazzo, a pochi giorni dal primo allenamento e già ci mostra una i primi segnali di una Lazio diversa: bella, come non la si vedeva più da tanto tempo. È Miro Klose a siglare una doppietta, seguito da Felipe Anderson che, nell’esultanza, coinvolge il Mister in un abbraccio che sa di ritrovata unione e Lazialità.

La stagione termina e con lei sembra terminare anche la favola di Inzaghi. Destinazione Salerno. Non è ancora pronto per una panchina di Serie A, si dice. Un anno o due a “farsi le ossa” per poi tornare, forse a casa. Simone accetta il suo destino, firma il contratto con la Salernitana e si prepara a partire per la sua nuova avventura. Il “cattivo”, in questa fiaba, ha il nome di Marcelo Bielsa. “El Loco”. Un nome perfetto per incarnare l’antieroe che vuole allontanare il nostro ragazzo dalla panchina. Le cose, però, non sono mai come appaiono. L’antagonista fa saltare l’accordo e lascia la squadra a pochi giorni dall’inizio del ritiro estivo. In realtà, la squadra non l’ha mai raggiunta e, con il senno di poi, ci ha fatto un grande favore.

Lotito blocca Simone, che nel frattempo aveva già un piede sul treno che lo avrebbe portato a Salerno, e lo richiama a Roma proponendogli di tornare – o restare – alla sua Lazio. Ancora una volta le strade sembrano non volersi separare. Il suo ritorno, da molti, viene interpretato come l’ennesimo scherzo del Presidente. Un “ripiego” al grande allenatore che aveva promesso ai suoi tifosi per fare il salto di qualità di cui la Lazio aveva bisogno.

Simone non si lascia condizionare dalle chiacchiere ed inizia a costruire la sua Lazio. Lo fa portando in prima squadra tutto quello che ha imparato da giocatore e da allenatore nei primi anni della sua personalissima scalata. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Lazio, in quella stagione, gioca un calcio spettacolo senza eguali. È un rullo compressore, macina gol e bel gioco in un crescendo di prestazioni che scemano solo nelle ultime giornate, facendo sfumare la qualificazione in Champions League all’ultimo secondo.

I tifosi, anche quelli più scettici, si ricredono in fretta sulla qualità di quel “ripiego” e lo ergono a bandiera, il dodicesimo in campo. In tutti i sensi. È commovente vederlo correre a bordo campo mentre segue le azioni dei suoi ragazzi, quasi a voler entrare in campo e calciare in rete quel pallone che non vuole entrare. Quando entra, invece, corre, urla, piange, cade (non si può dimenticare la rovinosa caduta sul ghiaccio durante Dinamo Kiev-Lazio) come farebbe uno di noi. C’è un po’di Inzaghi in ogni tifoso laziale ed è per questo che il legame va rinforzandosi ogni giorno, senza che i risultati possano condizionarlo.

La grande forza di Simone è tutta lì. È uno di noi. Il modo in cui parla dei suoi ragazzi, come se fosse un loro compagno, lo rende vulnerabile ed invincibile al tempo stesso. Non si erge sul pulpito, come sono soliti fare molti suoi colleghi ed è il motivo per cui il gruppo lo segue. La squadra è unita ed uno spogliatoio così compatto non si vedeva dai tempi di Maestrelli. Come testimoniano anche i social dei giocatori, il clima è estremamente disteso anche dopo la sconfitta più dura da digerire. Non ci sono segnali di attrito e, se ce ne sono, si risolvono con una cena al ristorante e una pacca sulle spalle, come si fa tra amici.

Il paragone con Maestrelli è presto fatto. Simone, proprio come Tommaso, non ha a disposizione grandi rose né giocatori insostituibili ma riesce a trasformare in leone anche il più docile degli agnelli. Certo, non tutto è sempre rose e fiori, anche le più belle favole vivono momenti bui. Il buio, Simone, lo ha visto nella prima parte di questa stagione quando i suoi ragazzi sembravano non seguirlo più. Milinkovic e Luis Alberto su tutti, sembravano la brutta copia di quelli che eravamo abituati a vedere l’anno scorso. Prima di Natale, in pochi avrebbero scommesso sulla permanenza di Inzaghi oltre la sosta invernale.

Come ogni laziale che si rispetti, dalle difficoltà trova di nuovo la forza di rialzare la testa e reinventa la Lazio, ancora una volta. Modulo fantasia, lo chiamano. Alcuni lo hanno paragonato ad un 5-5-5, citando Oronzo Canà, a simboleggiare una mossa disperata di un allenatore senza alternative. La rosa è corta, mezza squadra in infermeria; chiunque al suo posto avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo e si sarebbe dimesso. Lui no. Insiste con la sua idea di gioco finchè i numeri non gli danno ragione ancora una volta. È tornata la sua Lazio. Un po’in ritardo, forse, ma c’è e gioca, e fa brillare ancora gli occhi dei tifosi.

Mancano poche giornate alla fine di questo campionato e, quello che sembrava un divorzio anticipato, ora profuma di rinnovo. La parola “fine”tra la Lazio e Simone Inzaghi non vogliamo ancora scriverla. È troppo presto e noi abbiamo bisogno del nostro condottiero.

In questi tre anni, il ragazzo di Piacenza, il fratello minore di Pippo, Inzaghino, si è saputo scrollare di dosso tutte le chiacchiere ed il paragone con suo fratello sembra ormai un ricordo. Gli addetti ai lavori ne hanno riconosciuto il valore ed ora, in molti lo vorrebbero lontano da Roma. A Torino o Milano, magari, ad allenare le “squadre che contano” ma lui non ha nessuna intenzione di lasciare casa sua. Come Wenger all’Arsenal, come Sir Alex Ferguson al Manchester United, si sente dire spesso alla gente innamorata del mister biancoceleste. Simone è nato, cresciuto e continua a crescere con l’aquila sul petto ed il nostro augurio non può essere che quello di averlo con noi ancora per tanto e tanto tempo, per vincere insieme, crescere insieme e vivere per sempre felici e contenti…

Micaela Monterosso

Social Media Manager appassionata di calcio, musica e scrittura. Cresciuta con il mito di Beppe Signori e Sinisa Mihajlovic all'ombra dell'Alberone, fino a quando non è crollato. Oggi vivo in Valdichiana, senza miti e con tanti alberi.

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