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Grande Torino: 70 anni fa la tragedia di Superga

Rubrica

“Ci fu un tempo in cui i calciatori erano come noi, solo che giocavano meglio a pallone… Ci fu un giorno, in quel tempo, in cui i migliori di loro furono inviati a giocare altrove per sempre, da un destino infame. Verrà forse un giorno in cui proveremo a cominciare a pensare che quei ragazzi, ci abbiano lasciato in dote molto di più del ricordo delle loro – pur inarrivabili – gesta sportive…”

Inizia così la puntata dedicata al Grande Torino di Federico Buffa, nel giorno del ricordo della tragedia di Superga. Sono le 17.02 del 4 maggio di settant’anni fa, quando un rumore assordante, seguito da un boato, squarcia il cielo sopra Torino. Un aereo si è schiantato contro il bastione della Basilica di Superga. Sarà Don Tancredi, parroco della Basilica di Superga, a scorgere le prime maglie del Torino tra i rottami dell’aereo ed a realizzare l’entità della tragedia.

Pioveva, quel giorno, e tanto, ma non bastò a fermare le migliaia di persone che si misero in marcia per raggiungere la collina sperando, in cuor loro, che le notizie frammentarie che avevano iniziato a circolare, fossero false. Purtroppo, lo scenario era chiaro, nonostante la pioggia e la scarsa visibilità. L’aereo che giaceva ai piedi della Basilica, era quello su cui viaggiava il Torino e che, in un attimo, aveva strappato all’Italia la squadra più vincente di sempre e consacrando quei ragazzi a leggende immortali. Una squadra che nessun altro, se non la morte, avrebbe potuto fermare. C’erano tutti, su quell’aereo: la squadra, lo staff, i dirigenti e tre giornalisti e tutti trovarono la morte in quello schianto che, fu chiaro da subito, non aveva lasciato scampo a nessuno.

Tornavano da Lisbona, dove erano andati per celebrare l’addio al calcio di Ferreira. Partenza che non trovò l’opposizione del presidente Novo, in prima battuta, che si fece strappare una promessa da Mazzola; se non avessero perso contro l’Inter (il che gli avrebbe permesso di conquistare l’ennesimo scudetto) sarebbero partiti per il Portogallo. Col senno di poi, se avessero perso, sarebbe stato il male minore. Pareggiarono e partirono, per l’ultima partita della loro gloriosa storia.

Ci furono anche una manciata di uomini, ribattezzati ‘i miracolati’, che su quell’aereo non salirono per le ragioni più disparate: il secondo portiere Gandolfi, che aveva dovuto lasciare il posto al terzo numero uno, Dario Ballarin, il presidente Ferruccio Novo, a letto con l’influenza, il giovane Luigi Giuliano che non riuscì ad ottenere per tempo il passaporto, ma il gioco del destino più beffardo, se si vuole guardare in ottica biancoceleste, fu l’assenza di Tommaso Maestrelli, invitato da Mazzola perchè – si dice – era in lizza per sedere sulla panchina del Torino dalla stagione successiva.

Un disguido burocratico tenne l’allenatore dello scudetto biancoceleste a Roma, salvandolo dall’atroce destino toccato invece alla quasi totalità della società. La squadra: Bacigalupo, Ballarin, Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti, Schubert e gli allenatori Erbstein, Levesley, il massaggiatore Cortina con i dirigenti Agnisetta, Bonaiuti e Civalleri. Ai giornalisti sportivi: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi.

Un milione di persone ai funerali, tra cui l’allora presidente federale Barassi. Come riportato da Carlin su Tuttosport, fu lui a consegnare simbolicamente lo scudetto ai ragazzi, nominandoli uno ad uno, improvvisando un discorso tra le bare presenti in Chiesa e riferendosi a Mazzola pronunciò queste parole: “La vedi questa bella Coppa? (mimandola con le braccia nell’aria). La vedi com’è bella? E’ per te, è per voi. E’ molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori.”

Questo è il Grande Torino: l’ultimo simbolo di un calcio che non esiste più; difficile trovare nel calcio di oggi i valori, l’umiltà e la grandezza di una squadra che ha fatto la storia del calcio italiano e non solo. Nessuna squadra, ad oggi, ne ha eguagliato le vittorie, neppure la Juventus di Allegri e Cristiano Ronaldo possono competere con Valentino Mazzola, Maroso o “Il Barone” Gabetto. Il ricordo di quella squadra fa brillare gli occhi a chi ha vissuto il calcio di quegli anni ma anche agli addetti ai lavori che non possono non conoscerne ed ammirarne la storia.

Il mondo del calcio si ferma, ancora una volta, a ricordare le gesta di quella gloriosa squadra. Arrivano le parole di Gravina, presidente della FIGC: “Sono passati 70 anni ma il ricordo del Grande Torino e di tutte le vittime della tragedia di Superga è sempre vivo. Quella granata è stata una delle squadre più forti di tutti i tempi, una corazzata invincibile formata da campioni che difendevano anche la maglia azzurra e fece innamorare milioni di italiani. Ha fatto sognare tanti tifosi e tanti bambini cresciuti nel mito di quei giocatori che hanno contribuito a risollevare il morale del Paese dopo gli anni difficili della guerra. Il cacio è passione, mito e memoria, tre parole che evocano il ricordo di quel Grande Torino capace di trasmettere ancora oggi emozioni.”

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